I consigli della psicologa dell’età evolutiva
LE PAROLE GIUSTE

Esistono parole giuste per spiegare ai bambini una separazione, un lutto o un evento tragico? È meglio mettere i nostri figli al corrente di ciò che accade o è meglio tenerli all’oscuro, aspettando che tutto passi?
Purtroppo nella vita di ciascun genitore e/o educatore sarà accaduto almeno una volta di fermarsi a riflettere su quale comportamento tenere con i bambini che, d’altra parte, ogni giorno possono venire bombardati da notizie “disturbanti” che i mezzi di comunicazione divulgano ad ogni ora. Come spiegare ad un bambino che un adulto in cui solitamente si ripone fiducia è invece improvvisamente diventato un orco cattivo? Ciò che i bambini sentono e vedono in TV  ha un forte impatto su di loro o è vissuto come qualcosa di lontano ?
Proviamo a mettere in po’di chiarezza in questi interrogativi. Innanzitutto vivere una situazione negativa in prima persona è ovviamente molto più traumatico che il vederla in TV. Molti bambini però, soprattutto quelli che stanno attraversando fasi evolutive difficoltose, momenti particolari o non hanno ancora sviluppato una sicurezza interiore abbastanza solida, possono essere più turbati di altri ascoltando tragiche notizie di cronaca. Per questo è indispensabile che l’adulto faccia da filtro, aiutando cioè il piccolo a capire prima e a verbalizzare poi ciò che gli avvenimenti suscitano in lui.

Altra situazione è quando  qualcosa “di brutto” accade all’interno della propria vita quotidiana. Purtroppo non si possono preservare i bambini dalle brutture del mondo, isolandoli dalla “cattiveria”, in modo che non ne vengano sfiorati. Questo perché quando inevitabilmente ne verranno a contatto, nel peggiore dei casi non la riconosceranno e, comunque, non sapranno fronteggiarla. Allora le conseguenze potrebbero essere devastanti. Affinché gli avvenimenti spiacevoli non si trasformino in traumi indelebili, invece, vanno affrontati: solo così il segno che lasceranno sarà il meno profondo possibile. Innanzitutto le brutte notizie andrebbero date da entrambi i genitori che dovrebbero, in linea generale, avere un accordo di massima su come parlare al proprio figlio. Quando le brutte notizie coinvolgono i genitori, sembra ancora più difficile, anche perché spesso si tende a mascherare il proprio dolore affinché non ricada sul bambino. Invece il bambino può trarre aiuto dal vedere che la sofferenza che lo sta investendo è la stessa che provano le figure di riferimento a lui vicine; la differenza è che l’adulto deve sforzarsi di dimostrare che tale sofferenza può essere affrontata e, se non capita (come di fronte a un lutto) per lo meno gestita. Spesso si ricorre alla religione, pensando che possa dare un sollievo anche ai piccoli. Ma per loro, che tendono a pensare che tutti agiscono e ragionano in maniera “umana” e “concreta”, la presenza di esseri astratti come gli angeli può non essere così rassicurante. Io consiglio di dire sempre la rappresentazione più veritiera possibile dei fatti: nessuno sceglie deliberatamente di abbandonare le persone che ama, ma malattie e incidenti non dipendono dalla volontà di chi li subisce. Il ricordo è ciò che mantiene vivo il legame che c’è stato e ciascuno sceglie poi come continuare a ravvivarlo.
Non esistono parole giuste, forse esiste un giusto atteggiamento: i genitori non devono mai dimenticare di essere il ”faro” dei loro figli: se pur nella disperazione comunicano la volontà di superare il momento difficile, i bambini si fidano e ci credono. Il che non vuol dire che non sia difficile o crei tanta sofferenza. Soffrire, sentire la mancanza di un congiunto è giusto sia per un adulto che per un bambino. Avere paura lo è altrettanto.
Un piccolo consiglio per annunciare, invece, una separazione: l’appello è il cercare di mettere da parte i rancori e comunicare la decisione come una soluzione condivisa, cercando di essere il più chiari possibili su ciò che avverrà e rassicurando  i figli sull’intenzione di continuare con modalità diverse da quelle abituali a fare i genitori. Perché si separa la coppia, ma si continua ad essere genitori! Particolare attenzione va posta sulle responsabilità: è bene dare una spiegazione che chiaramente tolga qualsiasi responsabilità al bambino (non ci si separa per il bene dei figli …) e che invece suggerisca l’idea che il problema è interamente degli adulti, divenuti incapaci di convivere. Inoltre è bene sottolineare ancora una volta come sia comunque una decisione sofferta e che si è consapevoli delle difficoltà a cui si andrà incontro, ma, ancora una volta, che si è pronti ad affrontarle e risolverle.  Questa, in fondo, è una rappresentazione della realtà che i bambini possono capire.

Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462

I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe
“Festa del papà” : mi ritrovo a pensare alla figura di mio papà, e in questi anni durante i quali grazie alla mia professione ho visto  tanti padri che mi hanno portato le loro problematiche e i loro interrogativi di genitori, ho capito di doverlo ringraziare, perché nonostante tutti gli errori che può aver commesso, mi ha insegnato a provare e sperimentare e a non arrendermi mai, perché lui sarebbe rimasto sempre lì accanto me qualsiasi cosa io facessi. Non me lo ha mai detto, ma lo ha fatto e per capirlo ci sono voluti molti anni … 
Essere padre, essere genitore non è facile. Ogni genitore porta in se copioni appresi dai propri genitori e spesso inconsciamente si ripetono comportamenti che magari osservati obiettivamente, potrebbero anche non piacere. Come fare allora per essere un buon padre? 

Innanzitutto una riflessione: il ruolo all’interno di una famiglia è importantissimo ed esso non deve mai venire meno in nessun caso: possono cambiare abitudini, circostante di vita, comportamenti, ma l’essenza della relazione tra un padre e un figlio non dovrebbe mai cambiare. Non mi riferisco al legame “di sangue” che per alcuni è basilare, ma a ciò che un padre dovrebbe rappresentare per un figlio. A partire dal momento in cui i bambini si aprono completamente al mondo e per loro iniziano ad essere fondamentali anche le relazioni diverse da quella esclusiva con la mamma, il papà diventa una sorta di super – eroe a cui tutto è possibile e in cui riporre la massima fiducia, almeno fino all’adolescenza quando i ragazzi compiono una analisi a volte spietata dei propri genitori, che serve a loro per conquistare la completa autonomia e diventare adulti. Il ruolo di papà  è fondamentale: lui è deputato ad aiutare il figlio ad entrare nel mondo e ad affrontarne i pericoli. Aiutare non vuol dire sostituirsi al figlio e indirizzarlo con consigli che spesso diventano imposizioni , ma affiancarlo nella sua voglia di esplorare e sperimentare, permettendogli di cadere per poi aiutarlo a rialzarsi senza giudicare la sua caduta.  Permettetemi un banale esempio: è papà che sorregge la bicicletta senza rotelle del figlio e poi lo lascia andare, è sempre lui che corre a rimetterlo in piedi alla prima caduta e che lo aspetta per riprovarci dopo che la mamma ha messo il cerotto sul graffio provocato dalla caduta e che gli asciugato le lacrime . Certo non tutto è così semplice come andare in bicicletta, ma ciò di cui hanno bisogno i bambini è il percepire che i genitori hanno nei loro confronti la stessa fiducia che i bambini ripongono in loro. La quotidianità e la sua frenesia spesso invece induce i genitori a sostituirsi ai bambini con la lodevole motivazione di evitare loro frustrazioni e insuccessi, ma non permettendo loro di fare, gli suggeriscono invece, in maniera del tutto inconscia, che non sono in grado di fare. Invece sarebbe bene suggerirgli che si possono affrontare sia i successi che gli insuccessi.
 Una ulteriore riflessione che vorrei proporre è quella della figura del padre amico. Avere un dialogo costruttivo con i figli, soprattutto in adolescenza, è molto positivo, ma la figura dell’amico non può essere sovrapposta a quella del padre. Con l’amico, in adolescenza,  si mettono alla prova se stessi, i limiti  e le regole che la famiglia di origine ha trasmesso, per scoprire se stessi e quanto valgono e come fare propri gli insegnamenti ricevuti. Il ruolo di papà rimane quello di autorità che detta le regole e che capisce la difficoltà del figlio a rispettarle, ma non le stravolge, al massimo è disposto a rinegoziarle, ma non a infrangerle. 
I papà hanno una grande responsabilità: insegnare, ciascuno con il proprio “stile” che nella vita si può affrontare tutto, sentimenti ed emozioni comprese. L’importante è non negare e non aver paura di scoprire e far scoprire ai propri figli che esistono anche risvolti negativi, difficoltà, fragilità ed errori: l’importante è essere l’esempio concreto che si può sempre ripartire ed essere migliori. 
La risposta alla domanda iniziale  “Come fare per essere un bravo papà?” potrebbe allora essere “Accettare le sfide che la vita offre!”, sapendo che alcune saranno vinte ed altre no, ma che per lo meno nessun tentativo sarà stato tralasciato.
Un augurio finale: che tutti i papà possano avere la possibilità di dire ai propri figli “Ti voglio bene”, senza aspettarsi nulla in cambio, soprattutto quando è difficile o sembra impossibile dirlo o ancora il proprio figlio sembra non volerci credere e nemmeno sentirlo, quando vi sembra di aver fatto troppi errori o quando vi sembra che qualcosa o qualcuno vi impedisca di essere padri . Non stancatevi mai di ripeterlo e di dimostrare che è vero: un giorno vostro figlio capirà e questo gli servirà per essere a sua volta un bravo genitore …
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462

voi federica

Riflessi in solitudine ”, pubblicato pochi mesi fa ( nel 2013 ) dalla giovane scrittrice emergente Federica Voi, risulta essere il suo primo libro e, più nello specifico, un libro di poesie.
Sono 20 in tutto le poesie che caratterizzano l’opera in versi liberi, tutte accomunate da qualcosa in particolare: le emozioni, che la stessa autrice presenta, nell’introduzione al suo libro, come un << “ viaggioall’interno della propria personalità, del proprio “ essere fino in fondo ” >>.
L’opera si apre con la tristezza– che è anche il tema principale – con “Come la pioggia” dove l’ autrice paragona se stessa alla pioggia, appunto, che cade prima “incessante” poi “persistente” stando a significare che così come la pioggia non può fare a meno di cadere, anche lei stessa non può fare altro che farsi trasportare dalla tristezza stessa, non può fare altro che percepire il suo malessere interiore.
Da qui si snodano tutta una serie di altri temi quali il dolore, l’indifferenza verso se stessi, la riflessione, vista positivamente e negativamente come si comprende in “Rifletto”. Qui l’autrice ci vuole fare comprendere quanto, alle volte, la riflessione possa essere distruttrice poiché è riflettendo e pensando che ci rendiamo conto della nostra condizione, ma nello stesso tempo la stessa riflessione risulta essere importante, essenziale per comprendersi e conoscersi: un’arma a doppio taglio dunque, così come le illusioni e le speranze, presenti anch’esse in questo viaggio, e tramite le speranze in particolare, si può anche intravedere uno spiraglio di luce che conduce l’autrice a porsi la domanda “E cosa accadrà domani? ”. Dalla riflessione si passa quindi alla sofferenzache vede il culmine nel pianto come si legge in “E si piange ” e in “ Pianti ” per toccare anche altri temi quali la solitudine, il sentirsi incapaci e smarriti.
Ma l’essenza del proprio essere è quasi tangibile in “ Fragile ” dove, in poche righe, sono racchiuse tutte le emozioni che la stessa autrice ha sentito il bisogno di trattare. Da qui il suo stile quasi ermetico, ricorda molto quello di Giuseppe Ungaretti così come l’utilizzo di metafore e determinate parole, ricorda quello di Giacomo Leopardi ed il suo pessimismo. Trattando di emozioni, Federica Voi lo fa con semplicità, utilizzando per lo più parole comuni stando comunque attenta al particolare, al suono che una data parola può evocare nella sua mente e nella sua anima per meglio avvicinarsi alle emozioni che sente, prova e vive nel momento in cui decide di trasformale in poesia.
Un libro speciale e interessante che va letto con cura e attenzione dove tutto è concatenato e niente è posto a casaccio, per carpire non solo l’evidenza di ciò che viene proposto, ossia la descrizione delle emozioni, che non sempre si riesce a trasformare in parole, ma anche e soprattutto quelle piccolezze, quelle sfumature che si presentano verso dopo verso, poesia dopo poesia e che rendono questo libro unico e impossibile da non leggere.
Vivamente consigliato per tutti quelli che amano la poesia, che amano conoscersi e vedere un po’ di se stessi tra un verso e l’altro. Un libro dove tutti possono riconoscere un po’ della propria essenza, della propria vita. Un libro, potremmo dire, quasi “universale” dal quale si può apprendere molto e dal quale si può imparare ad essere migliori attraverso le proprie emozioni.
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