I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe
Ci risiamo: mamma è da qualche minuto rientrata dopo una giornata di lavoro e Paola e Roberto stanno già litigando, accusandosi a vicenda di aver offeso l’altro e di non voler più giocare con lui! La tentazione di intervenire e sedare il litigio è forte, anche perché i toni in pochi secondo si accendono e il rischio è che un piccolo screzio diventi un cataclisma …
Ma litigare “fa bene”: innanzitutto è un processo normale tra bambini e tra fratelli. Si tratta infatti di trovare una strategia vincente per far valere il proprio punto di vista o meglio, trattandosi di bambini, la propria volontà rispetto alla scelta del gioco e delle sue regole.  

Per questo è bene non intervenire, affinché i bambini scoprano da soli che un litigio non porta mai ad una soluzione soddisfacente e che, di conseguenza, è meglio sperimentare altre modalità e raggiungere un compromesso che gratifichi entrambi i contendenti. Nel caso dei fratelli, spesso il motivo scatenante le liti è assai futile, perché in palio c’è più che altro l’attenzione che i genitori riservano ai figli durante un litigio. In questi casi il vero motivo scatenante è la gelosia che spinge il fratello maggiore a mettere in cattiva luce o a “vendicarsi” del fratello minore che gli ha negato, con il suo arrivo, l’amore esclusivo di mamma e papà.
La gestione dei litigi a volte può essere molto difficoltosa, ma è bene ricordarsi alcuni principi che possono tornare utili. Innanzitutto cercare, come ho detto prima,  di non intervenire a meno che si veda che i bambini rischiano seriamente di farsi male. Questo permette al genitore di non schierarsi con uno dei figli. È bene infatti non cercare il colpevole per punirlo e al contempo lasciare uscire incolume dal conflitto l’altro perché questo atteggiamento rischia di aumentare la carica emotiva negativa dei figli, facendo sentire inadeguati entrambi i bambini che non riescono a risolvere da soli un problema. Inoltre il colpevole cercherà in tutti i modi di dimostrare che non lo è e “riconquistare” così il genitore in una sorta di meccanismo a spirale senza fine. Il rischio concreto è, poi, soprattutto se si sopraggiunge a litigio iniziato, di non avere tutti gli elementi per giudicare in maniera corretta. Se i bambini sono molto arrabbiati è bene separarli e farli calmare, invitandoli poi a trovare una soluzione alternativa al loro diverbio attraverso una “chiacchierata” a tre dove i bambini a turno e senza essere interrotti possono esprimere il loro punto di vista senza ovviamente usare parolacce o alzare il tono della voce. Il genitore a questo punto dovrebbe stimolare i bambini a proporre una soluzione fino a che si riesce a trovarne una soddisfacente per entrambi. Inizialmente in questa fase di “mediazione” il genitore risulta indispensabile, poi , a poco a poco, i bambini acquisiranno autonomamente la capacità di farlo da soli.  
Un’ultima riflessione meritano i litigi in cui chiaramente i bambini manifestano gelosia l’uno nei confronti dell’altro. in questi casi  è importante dedicare del tempo esclusivo a ciascun figlio e non rimproverare mai il bambino davanti al fratello  perché si amplificherebbe il senso di rivalità di entrambi e si rischierebbe anche di aumentare il senso di inferiorità di uno o il senso di onnipotenza dell’altro. spesso per sedare i litigi, si chiede al fratello maggiore  di “abbandonare” la lotta in virtù del fatto che, appunto, è più grande. Questo però rischia di autorizzare indirettamente il fratello minore  a “rimanere piccolo” e a comportarsi come vuole perché sarà sempre giustificato, mentre nel fratello maggiore potrebbe accrescersi la gelosia e abbassarsi l’autostima.
Infine un invito a una piccola auto-analisi. I bambini imitano i comportamenti degli adulti. Se loro per primi tendenzialmente risolvono i contrasti alzando la voce e discutendo animatamente, non c’è alcun motivo per cui un bambino non debba ritenere che quello è il modo migliore per risolvere le divergenze di opinione …
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462


L’Ospedale dei Pupazzi è una bella iniziativa promossa sul territorio nazionale dagli studenti di medicina.
A Novara, tale progetto, oltre che essere portato come gioco educativo nelle scuole o nelle piazze, è presentato anche in ospedale nel reparto di pediatria. Ovviamente, qui, è tutto diverso. I bambini che “portano il pupazzo dai pupazzologi” sono davvero malati: che siano lì per una visita di controllo, per una visita pre-operatoria o per qualcosa di più grave, vivono veramente la paura del dottore, l’ansia della visita del “chissà cosa mi fanno”. Ecco che il pupazzo può diventare un alleato di questi bambini. Il pupazzo, usato come transfert, è l’oggetto su cui trasferire le proprie emozioni, i propri pensieri e i propri vissuti, potendo così rielaborarli in modo funzionale per il bambino malato: il pupazzo può essere portato all’ospedale dei pupazzi perché, guarda caso, ha proprio male nello stesso punto in cui ha male l’accompagnatore! Oppure, perché deve fare una serie di esami che, forse, sono simili a quelli subiti; oppure ancora, il bambino ha la possibilità di entrare in un ospedale (anche se finto) e in contatto con i medici (anche se sono pupazzologi) in sicurezza, potendo sperimentare ed esplorare l’ambiente fatto di strani macchinari, tavoli operatori, siringhe (tutto di cartone e plastica, ma ben ricostruito) tramite il gioco simbolico del “facciamo finta che…”.

I piccoli iniziano il loro percorso nell’Ospedale dei pupazzi a partire dalla reception, dove un gruppo di studenti in camice bianco li accolgono con un sorriso, chiedendo qualche informazione sul pupazzo (come sta, che sintomi accusa, altezza, peso, nome). E dopo le prime visite ecco che pupazzo e accompagnatore vengono indirizzati nei vari reparti: la pupazzo-chirurgia, la pupazzo- farmacia, la pupazzo- radiologia, ecc.
Sì, sembra vero e può fare impressione ad alcuni bimbi che davvero sono stati in uno di questi reparti o in attesa di entrarvi! Ma con il sorriso dei giovani medici, la proposta in chiave ludica, il rispetto di questi ragazzi verso i piccoli, dei loro silenzi, delle loro paure, dei loro dubbi, della ricerca di conferma nel volto della mamma, rende questa esperienza unica e quasi “magica”.
Obiettivo grandioso del progetto, come si potrà intuire, è far passare la paura del dottore nei piccoli pazienti, ma che sia realizzabile o meno, questo poco ci importa, perché ciò che in pediatria si realizza è ancora più grande: viene posta al centro la relazione tra piccolo accompagnatore di pupazzo/paziente e medico. Il piccolo impara che il medico è lì per curare, per ascoltare, per accogliere.

In pediatria, rispetto alle piazze e alle scuole, c’è una magia aggiunta, per ritornare alla metafora. I medici pupazzologi vanno nelle camerette degli allettati: e, lì, si trova di tutto. Bambini piccoli, ragazzi, casi gravi e attesa di tornare a casa, famiglie sotto stress, famiglie sorridenti, genitori che si oppongono con forza all’ingresso di “disturbatori” e bambini che ti chiamano con lo sguardo perché non vogliono riposare, come dice la mamma, ma vogliono giocare e chiacchierare con qualcuno che li ascolti. I giovani medici, anche in questo caso, sono armati di pupazzi e armamentari medici un po’ improvvisati (come pomate ricavate da cartoncini, disinfettanti in strane ampolle, lastre che sono fotocopie). Ma ciò che i ragazzi nelle camere sono chiamati a fare, non è l’iter ospedaliero del pupazzo malato, bensì…instaurare una relazione: perseguire l’obiettivo grande del progetto è anche qui raggiungibile, in quanto si vuole passare il messaggio che il medico è chi cerca di entrare in relazione, mettendo al centro lo scambio comunicativo tra i vari soggetti coinvolti: bimbi, famigliari, vicini di letto, facendo entrare nella stanza il mondo della famiglia e del piccolo allettato anche solo con una chiacchierata, cercando di conoscersi un po’per stare bene insieme.

La chiacchierata, il gioco, il mettersi in gioco è una terapia fantastica che è già cura, sia per sani sia per malati: i sani stanno meglio, si sentono più forti e più tranquilli, i malati riacquistano forze.
Oggi, nella maggior parte degli ospedali, è in voga la terapia del sorriso, in quanto è riconosciuto anche dai medici e dalla scienza che ridere faccia bene. Lo scopo del “dottore del sorriso” è quello di invertire il segno dei pensieri negativi (che in un ospedale sono i prevalenti). Con la gelotologia (parola che deriva dal greco ghelos=sorriso) si studia e si applica la risata e le emozioni positive in funzione di prevenzione, riabilitazione e formazione. Essa concorre al processo di cura del paziente non visto più solo ed unicamente in funzione della sua malattia, ma come centro di un approccio sistemico globale, clinico ed ecologico che va dalla terapia farmacologica tradizionale al supporto emotivo, dall’intervento chirurgico al semplice buon umore, con l’obiettivo unico di migliorare la qualità della vita sotto tutti i punti di vista. Una risata modifica a livello chimico il fisico, sprigionando ormoni che favoriscono il benessere (come le endorfine, la serotonina ecc.) per il solo fatto di stare insieme.

E proprio lo stare bene insieme, che è la tensione alla ricerca di uno stare bene psico-fisico, è l’obiettivo condiviso con l’Associazione Psicologia Utile, il cui staff, capeggiato da Barbara Camilli, aiuta i ragazzi di medicina in questo percorso di crescita professionale e personale: professionale in quanto, come futuri medici, imparano a relazionarsi con i pazienti, ponendo al centro non la malattia, ma la persona nella sua interezza, guardando al paziente non come un numero, ma come un sistema complesso e complicato fatto di emozioni, vissuti, esperienze che si intrecciano tra loro e, a volte, possono intrecciarsi con quelle del medico, scoprendo, per esempio, con una semplice chiacchierata, qualcosa in comune che rende la relazione ancora più viva e più forte, anche se costruita in poco tempo; personale in quanto, grazie agli incontri di supervisione di gruppo, ogni studente può raccontare la propria esperienza da pupazzologo, condividendo con i compagni e lo staff di APU supervisore incertezze, difficoltà e conquiste e avendo rimandi in proposito a scopo formativo e di consolidamento delle conoscenze e, soprattutto, avendo modo di riflettere e rielaborare la giornata passata nel magico Ospedale dei Pupazzi.

I consigli della psicologa dell’età evolutiva
Mi ha raggiunto una notizia triste, che mi ha fatto riflettere. Chiara alcune sere fa è andata a dormire e non si è più svegliata. Chiara era una ragazza “particolare”, aveva una di quelle sindromi con un nome più o meno strano che però hanno un significato comune: il suo percorso di vita è stato fin da subito assai difficile e il desiderio dei genitori è sempre stato quello di vederla serena, inserita in una comunità che la accogliesse con i suoi pregi ed i suoi difetti e che, invece di rendere ancora più difficile il suo cammino, lo agevolasse almeno un po’.  Il desiderio, in fondo, di ogni genitore.  
L’interrogativo che mi pongo è se questa nostra società oggi sia in grado di rispondere a questa esigenza  o se tenda a delegare se non a dimenticare …

Così anche il dolore della perdita assume dei contorni particolari. Molti anni fa, quando lavoravo a tempo pieno in un centro che si occupa di portatori di handicap, diedi ad una mamma la notizia della morte di uno dei “miei” ragazzi. Sul suo volto vidi subito comparire il dolore, ma ciò che mi colpì fu ciò che mi disse: “In fondo è ciò che speriamo noi genitori di ragazzi portatori di handicap … che loro muoiano prima di noi…” Allora mi sembrò innaturale.  Col tempo ho capito cosa intendeva quella mamma: il dolore che questi genitori si portano dentro non è legato tanto alla condizione dei figli, ma alla paura che tanto minore è l’autonomia da essi raggiunta, tanto maggiore è il rischio che nessuno voglia o sappia prendersi cura di loro, in una società che tende a non affrontare le difficoltà, ma a rimuoverle, a non avvicinarsi a ciò che è diverso, perché l’omologazione sembra la risposta a tutte le difficoltà  … E anche i sentimenti e le relazioni sembrano dover subire la stessa sorte.
Per chi come me conosce un po’ questo mondo, sa che a volte sembra un mondo parallelo, ma è una realtà in cui le relazioni, i sentimenti e le emozioni difficilmente si lasciano imbrigliare, etichettare ed omologare, basta avere il coraggio di farle emergere  . 
Io ringrazio Chiara e tutti i “miei” ragazzi ai quali spero di essere stata utile e di poter continuare in qualche modo ad esserlo, per quello che loro mi hanno insegnato: la forza dei sentimenti, espressi senza vergogna e senza remore,  l’importanza della comunicazione non verbale, che non può essere finta, la forza di non arrendersi mai, perché comunque sia, la vita è un’avventura che vale la pena di essere vissuta. E questo è l’insegnamento che come genitore spero di riuscire a trasmettere ai miei figli e come professionista di usare nel mio lavoro.
Ciao Chiara.
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462

Domani alle 11.30 in diretta

Domani Isa Voi, autrice del romanzo “Il cuore che non c’é” sarà ospite, con grande piacere, di Radio Onda, durante la trasmissione Codice 404, condotta da Alex Pettinaroli.
L’appuntamento è lunedì alle ore 11.30.
Allora tutti all’ascolto di questa simpatica e giovane radio: Clicca qui per ascoltare l’intervista in diretta

I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe
Anche questo  anno scolastico è agli sgoccioli e per genitori, insegnanti ed alunni è tempo non solo  di bilanci, ma anche di “addii”: molti bambini si trovano alla fine di un corso di studi e ne cominceranno a settembre uno nuovo. Soprattutto per i più piccoli questo cambiamento può essere fonte di ansia, per questo è bene accompagnarli alla nuova esperienza in maniera adeguata. 
Sembra paradossale, ma in una società che va sempre più in fretta e che propone cambiamenti continui, ci si ferma sempre meno a pensare al significato di ogni variazione che si deve affrontare. E il mondo della scuola un po’ è stato contagiato da questa frenesia. 

Sembra che le proposte didattiche non bastino mai, che i bambini maturino più in fretta e che abbiano sempre meno bisogno del supporto esterno, così talvolta si mette in secondo piano l’utilità dei “riti” che scandivano i passaggi all’interno della scuola. L’esame di quinta elementare, per esempio, non solo  sanciva la fine di un ciclo scolastico, ma consegnava ai bambini l’attestato del loro essere diventati grandi e pronti ad una esperienza diversa da quella vissuta fino a quel momento. Un “rito” simile  è rimasto invece in molte scuole materne che salutano i bambini che inizieranno la scuola primaria con una festa chiamata “dei diplomi” in cui anche simbolicamente la maestra proclama che i piccoli ormai sono diventati grandi abbastanza per affrontare una nuova avventura.  Se nella scuola frequentata dal proprio figlio non esiste nulla del genere, ogni genitore può pensare a come rendere ufficiale il passaggio, magari inventando un diploma, una madaglia o quant’altro  ad hoc per il proprio figlio …
Le paure che accompagnano i bambini sono legate alle nuove relazioni che dovranno intrecciare nella nuova scuola e alla incertezza di ciò che li aspetta: i bambini non sono sicuri di essere in grado di affrontare le nuove richieste. I genitori sono fondamentali: i bambini hanno bisogno di sapere che loro li accompagneranno sempre, comunque vada la nuova esperienza e che le aspettative dei genitori non sono voti “belli”, ma la crescita serena del proprio figlio, che loro sanno essere pronto al nuovo . Anche in questo caso i bambini devono sapere che tutto ciò che incontreranno si può affrontare, parlare il più possibile con loro, portarli a visitare la scuola e, se è possibile, conoscere la nuova maestra e qualche nuovo compagno prima dell’inizio delle lezioni di settembre sarebbe un grosso aiuto. Se i genitori se la sentono poi, si può simulare, durante l’estate , il gioco della scuola nuova, attraverso il quale i bambini  non solo tenteranno di familiarizzare con il nuovo, ma soprattutto esprimeranno tutti i loro timori e le loro idee rispetto a ciò che troveranno. All’adulto il compito di cogliere ciò che i piccoli offrono e di trasformarlo insieme a loro in qualcosa che si può affrontare e che può diventare piacevole.
 Una nuova avventura nel cammino di crescita …
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462

I consigli della psicologa dell’età evolutiva,  dott.ssa Milena Giacobbe
Il sonno è un momento importante della vita di ciascuno, adulto o bambino. Per l’adulto rappresenta sicuramente il momento in cui finalmente riposa e si ricarica per affrontare al meglio la giornata successiva. Ai bambini un sonno sereno serve anche per crescere meglio. Le ore di sonno di cui ciascun individuo necessita sono variabili a seconda delle caratteristiche di ciascuno, ma in generale si può dire che un neonato ha bisogno di dormire circa 20 ore al giorno che scendono a 15 verso l’anno di età, per diventare 12/14 dai due ai quattro anni e 12 dai cinque ai dieci. Dopo i dieci anni, circa 10 ore sono più che sufficienti.
Il momento dell’abbandono al sonno riveste però per i piccoli un significato particolare, che spiega in parte le difficoltà legate a questo momento e che tutti i genitori, prima o poi, incontrano. Se per un adulto è scontato che durante il sonno non sopravvengono eventi che cambiano in maniera radicale il corso della vita, per il bambino addormentarsi senza la paura che tutto quello che “lascia” oggi lo ritroverà intatto il giorno successivo non è così automatico. Inoltre teme di perdere l’adulto di riferimento e la difficoltà ad addormentarsi è anche la manifestazione della paura che questo abbandono diventi reale e che al suo risveglio non lo ritroverà più.

Molti sono i metodi che si possono attuare per aiutare i bambini a vivere serenamente questo momento, l’importante è insegnare al bambino a dormire cercando di non farsi sopraffare dalla stanchezza e dallo sconforto e, soprattutto, scegliendo il modo che risulta a ciascun genitore più convincente .
Ecco alcuni consigli generali. È importante ritualizzare il momento dell’addormentamento. Il “rito” è semplicemente la ripetizione di comportamenti/azioni che hanno lo scopo di tranquillizzare il bambino e di accompagnarlo al momento del sonno. “Se la sera prima di addormentarmi bevo un bicchiere di acqua, mamma mi legge una storia, papà mi rimbocca le coperte e non mi succede nulla durante la notte e domani ritrovo tutto ….. sarà meglio farlo tutto le sere!” potrebbe proprio essere il pensiero di un bambino prima di andare a dormire. È importante, poi, mantenere lo stesso orario per la nanna ed evitare tutti quei giochi o quelle situazioni che invece di tenere tranquillo il bambino, lo agitano. A poco a poco il rito perderà di valore, perché il piccolo acquisirà sicurezza in se stesso e non avrà bisogno di “agganci esterni”. Anche il “pisolino” pomeridiano può essere utile: i piccoli si rifiutano di dormire non perché non hanno sonno, ma, come ho già scritto, perché il momento dell’addormentamento presenta delle difficoltà che diventano però ancora più difficili da affrontare se si è stanchi e nervosi.
Tutto ciò purtroppo non servire ad evitare il pianto. Il pianto va accettato e gestito: tenere la mano al bambino, tranquillizzarlo e rimanere con lui finché si sarà addormentato può essere un buon metodo. L’importante è che il bambino sia consapevole che, una volta addormentato, la mamma o il papà lo lasceranno da solo nella sua cameretta.
Una soluzione adottata da molti genitori è ospitare il piccolo nel lettone finché non si sentirà in grado di stare nel suo lettino. Indubbiamente la vicinanza fisica è rassicurante sia per i bambini che per i genitori, ma dormire con un bambino altera negativamente la qualità del sonno e interferisce con l’intimità della coppia. Insegnare ai bambini a dormire nel proprio letto significa inoltre trasmettere loro il messaggio che sono grandi, capaci di affrontare le paure o la solitudine e che ciascuno ha i propri spazi, ed è giusto rispettarli vicendevolmente. Dormire con i bambini invece, rischia di trasmettere il messaggio opposto, cioè che non possono essere autonomi e che la presenza fisica dei genitori è determinante per superare le difficoltà, mentre i bambini hanno bisogno di sapere che anche a chilometri di distanza mamma e papà possono accorrere e lo faranno sempre in caso di bisogno. Questo vale anche in caso di risvegli notturni magari dovuti a brutti sogni: il bambino andrebbe rassicurato e, una volta tranquillizzato, riaccompagnato a riposare nel suo lettino. Questo non significa che in occasioni particolari il lettone non possa diventare un momento particolare per leggere una storia, giocare o raccontarsi la giornata ….
Tutto questo va calato nelle abitudini di ciascuna famiglia e non va assolutamente eseguito con rigidità poiché l’inflessibilità del comportamento annulla per esempio la variabilità di significato che il pianto può avere. Il pianto dei bambini non è quasi mai capriccio o sfida, ma l’espressione di un disagio che bisogna insegnargli ad affrontare e gestire. Se dopo un quarto d’ora di pianto il bambino si addormenta è perché è sfinito e non perché può addormentarsi da solo senza ansia.
Una buona abitudine è comunque trasformare anche la buonanotte in un momento amorevole di grande affettività che passa da un caldo abbraccio, un forte bacio e un tenero “Sogni d’oro” …
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara

Cel. 348.3173462