I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa  Milena Giacobbe

“Per te ho sacrificato tutta la mia vita, e tu mi ripaghi così? Le conseguenze di quello che stai facendo sono tua esclusiva responsabilità: non ti importa del dolore che mi dai?”: questo intercalare  purtroppo può essere tipico frase di un coniuge che ha appena appreso la notizia della decisione della separazione da parte dell’altro, o anche di un genitore che rimprovera il figlio di aver preso una decisione che non approva.
Ma assumersi delle responsabilità non significa prendersi il merito o la colpa della conseguenza che determinate azioni possono causare. Insegnare ad un bambino ad essere responsabile non significa abituarlo a d assumere le colpe e gli onori delle proprie azioni, ma significa aiutarlo ad acquisire un pensiero morale, etico e civile in linea con il contesto culturale di appartenenza.  È vero che rendere responsabile un bambino significa anche fargli capire che le sue azioni hanno delle conseguenze, ma è indispensabile trasmettergli anche la sicurezza che talvolta le conseguenze non dipendono affatto da lui, ma da una serie di circostanze a volte non prevedibili. Se nonostante le sue cure il cagnolino si ammala, non dipende certo da lui, ma da circostanze non controllabili, anche se, magari,  prevedibili (inverno troppo rigido, costituzione dell’animale …). E prevedere ogni cosa non è possibile, sarebbe come pretendere la perfezione …

La realtà, infatti, è che ognuno è completamente responsabile solo delle proprie azioni, sentimenti, comportamenti e pensieri.  Prendere una decisione è l’unica responsabilità che possiamo addossarci, quello che questa decisione può generare non è completamente dipendente dalla volontà di ciascuno. Può sembrare una riflessione cinica, ma ogni individuo ha la facoltà di recepire ciò che gli viene trasmesso nella maniera in cui ritiene giusto. Ha ragione il figlio che vuole andare a lavorare all’estero e realizzarsi nel lavoro o il genitore che, proprio per dargli delle opportunità, ha rinunciato a viaggi, divertimenti e, magari, a costruirsi una ricca vita sociale ed  ora rigetta al figlio la responsabilità della sua presunta solitudine?
Non è possibile agire in modo da creare dal nulla nelle persone che ci circondano sentimenti, affetti, pensieri e comportamenti sia positivi che negativi; è sicuramente possibile condizionare le scelte altrui, ma la decisione finale spetta sempre al singolo. Questo nuovo concetto di responsabilità implica quindi la valutazione di tutte le cause e le conseguenze del proprio agire, ma se si opera con “coscienza” viene  meno anche il senso di colpa che può nascere in conseguenza ad una scelta, a patto che quando si  compie questa  scelta,  lo si faccia con la maggior consapevolezza possibile.
Questo è anche il significato delle mie riflessioni: ognuno può scegliere se condividere, rifiutare,  ampliare e fare proprie le mie idee, ma la decisione finale spetta a ciascuno, mentre a me spetta la consapevolezza  che ciò che scrivo sia frutto di attente ricerche, riflessioni ed esperienze…
Per quanto riguarda i minori io auspico che nella costruzione della personalità vengano aiutati da tutte le figure di riferimento che incontreranno a sviluppare abilità tali che consentano loro di leggere la realtà ed operare con intenzione e consapevolezza dopo un attenta riflessione ed autoregolazione dei propri comportamenti. Per essere adulti adeguati, ma soprattutto sereni.



Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462 

I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe
Il dolore che si prova perdendo tragicamente un figlio appare incolmabile. Ogni madre sin dalla nascita tende a proiettare il proprio figlio nella vita accompagnandolo e proteggendolo nella maniera che ritiene adeguata, gioendo e soffrendo insieme a lui ed attendendo con ansia che diventi un adulto felice e realizzato. A volte questo iter viene spezzato in un instante. Lo chiamano incidente, ma dal quel momento nulla sarà uguale a prima.
A volte il dolore sembra così devastante che sembra impossibile non solo parlarne con gli altri, ma anche gestirlo. E la famiglia e gli affetti a cui il giovane è stato strappato, diviene il luogo ove il processo di rielaborazione del lutto trova la giusta collocazione. Il livello di coesione della famiglia stessa è determinante, così come lo è la capacità comunicativa al suo interno. La profonda e sincera condivisione dei sentimenti e l’intimità della relazione aiutano la rielaborazione del lutto e favoriscono l’attenzione e la consolazione reciproca. Questo non vuol dire negare il dolore o dimenticarlo in fretta, ma trovare un nuovo equilibrio del nucleo familiare che ha subito un radicale cambiamento irreversibile. Il primo passo è l’accettazione della perdita e del dolore che essa provoca, ma anche la consapevolezza della necessità di trovare risorse e motivazioni per riorganizzare la famiglia, lasciando che si ripieghi su se stessa per poi riaprirsi lentamente e con nuove modalità alla socialità.

Rielaborare un lutto non significa cancellare ciò che è stato, ma significa conservarlo senza permettere che esso sbiadisca e al contempo trasformare il dolore in accettazione e trovare un nuovo progetto per la famiglia, così profondamente cambiata. E il primo passo è concedersi di soffrire e di esprimere il dolore, la rabbia e tutti i sentimenti che l’evento tragico scatena.
Il vuoto non si può colmare, una presenza non può essere sostituita da un’altra, ma è altrettanto vero che le relazioni che uniscono le persone le arricchiscono reciprocamente e le cambiano. Una parte di tutte le persone che si incontrano e magari non ci sono più continuano a essere in ciascuno.
CIAO MATTEO.
A Bianca, Giuseppe e Luca
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462