I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa  Milena Giacobbe
Il trauma è il risultato di un avvenimento improvviso o una serie di avvenimenti esterni che “rompono” l’ordinario svolgersi della vita e che rendono temporaneamente impotenti, incapaci di reagire e fronteggiare l’accadimento traumatico stesso. Sono state individuate diverse strade  che possono essere seguite dopo un evento traumatico, la scelta dipende sia da fattori strettamente personali, sia da fattori esterni  (luogo,tempo,  persone coinvolte …). La maniera più efficace è quella di cercare di mantenere equilibrio e integrità psicofisica attivando tutte le risorse possibili. È un po’ come attivare il sistema immunitario di fronte ad un virus! Se ciò non bastasse l’individuo potrebbe avvertire un disagio più o meno marcato che potrebbe manifestarsi con una sorta di iper-attivazione emozionale , che dovrebbe tuttavia risolversi nell’arco di quattro settimane. Tale ripresa è solitamente resa possibile dall’attivazione di risorse psicologiche avvenuta grazie a un supporto sociale o a un intervento professionale. In altre situazioni invece un individuo non sempre riesce a trovare  risorse personali, familiari o sociali per combattere la situazione: in tali casi possono manifestarsi disturbi  acuti che potrebbero anche diventare cronici.
 Alti livelli di stress (come quelli che si raggiungono in seguito a eventi traumatici) stimolano la produzione di cortisolo (un ormone, chiamato appunto “dello stress”)  e nei bambini tale ormone può addirittuta danneggiare il cervello  provocando disturbi nell’attenzione e nella concentrazione. In soggetti con problematiche pregresse un evento traumatico può addirittura intrappolare a tal punto la psiche da rendere impossibile qualsiasi evoluzione.
Solitamente questa condizione è causata dall’impotenza che si sente di fronte alla rabbia e al dolore che  non riescono a essere affrontati, ma che, così, lasciano il bambino  o l’adulto in loro balia, arrivando a scatenare panico e angoscia. Nel bambino soprattutto se al di sotto dei sei/sette anni si nota anche un accentuato sviluppo del “senso di colpa”nei confronti di ciò che è accaduto. Questo perché i bambini di questa età si trovano ancora nella fase dell’egocentrismo, inteso non nella sua accezione negativa, ma come atteggiamento dovuto all’immaturità cognitiva, che li porta a ricondurre ogni avvenimento (sia positivo che negativo) a se stessi. Insomma, per un bambino piccolo è ancora più difficile di un adulto capire le ragioni di avvenimenti catastrofici e dolorosi e spesso la spiegazione che i piccoli possono darsi è proprio quella di addossarsi  la responsabilità di ciò che è accaduto.
Una via d’uscita però esiste. Le reazioni dei bambini sono mediate dal modo di reagire degli adulti, soprattutto dei genitori  o delle figure di riferimento. Il modo dei grandi di reagire è spesso preso come esempio e imitato. Quindi bisognerebbe riuscire a creare attorno ai bambini un ambiente calmo e accogliente in cui riconoscere e rielaborare anche i sentimenti e le emozioni negative. Bisogna spiegare e dimostrare ai bambini che di fronte a certi avvenimenti è giusto e normale essere spaventati, arrabbiati e addolorati, ma bisogna dimostrare loro che è possibile reagire, mostrando per primi una reazione di fronte all’evento traumatico. Insomma, nascondere il dolore e le lacrime a volte può essere contro producente, soprattutto se il bambino ha voglia di piangere e di mostrare il proprio dolore.  Non è facile lasciare che il dolore diventi manifesto, non è facile urlare la propria rabbia, non è facile ricordare, ma finché il bambino o l’adulto non affronterà il trauma, ne rimarrà intrappolato e rivivrà la stessa angoscia senza la possibilità di trasformarla e senza la possibilità di vivere fino in fondo. Solo così però il dolore si può accettare ed affrontare. Solo così si diventa adulti. E se questo percorso sembra troppo arduo da affrontere da soli, è bene rivogersi a uno specialista di fiducia.

 “Libertà è ciò che fai con quello che ti è stato fatto” (J.P. Sartre)


Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462

I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa  Milena Giacobbe


Parlando di integrazione a scuola, viene subito in mente l’alunno disabile, anche se in realtà il concetto è molto più vasto.

Ma vediamo cosa dice la legislazione. Solo recentemente (1923 con la Riforma Gentile) l’obbligo scolastico venne esteso a ciechi e sordi, e solo dieci anni dopo furono previste classi differenziali per alunni con lievi ritardi, mentre per i casi più gravi si doveva ricorrere ancora a istituti speciali. Le classi differenziali però furono utilizzate anche per gli allievi con disagio sociale, familiare o problemi relazionali: per esempio i figli degli emigranti del sud che si trasferivano nel nord ovest dell’Italia spesso infatti furono dirottati in queste classi differenziali. Fino alla fine degli anni ’60 permase la logica della separazione senza alcun accenno all’integrazione. Sembra proprio che la diversità venisse percepita come minaccia. Finalmente nel 1971 agli alunni con disabilità fu consentito frequentare le classi comuni, ma è il bambino che si dovette adeguare ad esse: non c’è alcun riferimento ad una didattica personalizzata per la quale bisognerà aspettare ancora qualche anno. L’abolizione delle scuole speciali avvenne nel 1977, ma bisognerà attendere il 1992 con la Legge 104 perché si cominci a parlare di integrazione intesa come risorsa e di progetti atti a sviluppare non solo le abilità cognitive, ma anche quelle sociali.
INTEGRAZIONE è quindi un vocabolo e un “problema” relativamente giovane. E spesso, proprio perché integrare significa risolvere un problema di relazioni e non un problema didattico, sembra che gli insegnanti scelgano di raggiungere obiettivi didattici ( ovvero seguire il programma ministeriale) demandando ad altre figure la risoluzione delle dinamiche relazionali “disturbanti” che si innescano in classe. Forse sarebbe allora il caso di riflettere sul vero significato dell’insegnamento, che non è il passare nozioni e informazioni, ma è formare gli adulti di domani. Don Milani nella famosa Lettera a una professoressa diceva: «Va da se che il tornitore si sforza di lavorare sul pezzo non riuscito affinché diventi come gli altri pezzi. Voi invece sapete di poter scartare i pezzi a vostro piacimento….Se ognuno di voi sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l’ingegno per farli funzionare.» e, mi permetto di aggiungere, per far trovare a ciascuno la propria strada. Non solo gli alunni con disabilità, ma tutti coloro che portano una diversità, hanno bisogno che la scuola li aiuti a valorizzare le abilità di cui sicuramente sono portatori e a superare le difficoltà che il loro handicap procura, attuando strategie personalizzate, che possono però diventare risorse per l’intera classe. Solo così si innescheranno dinamiche relazionali positive e non disturbanti e si avrà una vera integrazione, il che non significa che tutti gli alunni abbiano raggiunto gli stessi obiettivi didattici. Banalmente, se Massimo non è i grado di scrivere, ma attraverso disegni e grafici può apprendere, gli deve essere consentito e, al contempo, gli stessi disegni e grafici possono rappresentare per i compagni un riferimento e un aiuto. Solo così si ha reale integrazione, cioè quando a ciascuno è permesso contribuire con quello che può allo sviluppo della sua piccola comunità scolastica e, soprattutto, quando questo contributo è da tutti riconosciuto e rispettato. Perché non si finisce mai di imparare, ma solo se si si mantiene viva la curiosità di conoscere e scoprire ciò che ci circonda.
La nostra società oggi, invece, sembra suggerire che l’omologazione, la globalizzazione, il raggiungimento di standard prefissati siano gli unici modelli che possono funzionare. Ma i segnali che giungono da tale atteggiamento non mi sembrano incoraggianti…
La scuola può essere motore di cambiamenti, se adeguatamente supportata. La vera integrazione non calpesta i diritti di nessuno, non dovrebbero esistere problemi di serie A e problemi di serie B, altrimenti si ricade nella stigmatizzazione della diversità. Solo allora uno studente con DSAo un alunno portatore di handicapo uno straniero perderanno le loro etichette e torneranno ad essere semplicemente bambini.
Di seguito alcune riflessioni su ciò come la scuola potrebbe promuovere integrazione:
  • Cercare di coinvolgere tutti gli insegnanti e gli operatori scolastici ognuno con il proprio ruolo, evitando di delegare tutte le responsabilità all’insegnante di sostegno,
  • Cercare di dare spazio non solo agli obiettivi didattici, ma anche a quelli relazionali, con il supporto di professionisti
  • Cercare di trasformare la scuola in una istituzione “viva”, che sia palestra di vita e non solo dispensatrice di sapere
  • Cercare di personalizzare il più possibile l’insegnamento, mirando al potenziamento delle abilità di ciascuno in modo che le diversità siano riconosciute e rispettate
  • Cercare un metodo di insegnamento che preveda la possibilità di sperimentare il più possibile situazioni, materiali, giochi, contatti, incontri perché l’apprendimento passa attraverso l’imitazione e la relazione
  • Cercare di promuovere la curiosità, la progettazione e l’autonomia
Con la speranza che tutto ciò non rimanga un sogno, ma si trasformi in realtà.
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara

Cel. 348.3173462