apatia

Il bellissimo quadro di Jimena Marín

La rubrica della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva

ADOLESCENZA: quando un genitore sente questa parola, subito pensa alla ribellione, al figlio che passa più tempo in compagnia degli amici piuttosto che in casa, con tantissimi interessi e affamato di novità! Non sempre, però, questa immagine corrisponde alla realtà.

Alcuni giovani, infatti, si comportano esattamente in modo contrario: non escono quasi mai di casa se non per andare a scuola, la loro compagnia preferita è internet o la tv, sembrano tristi e svogliati.

Due facce della stessa medaglia?

È innegabile che il gruppo durante l’adolescenza sia il punto di riferimento in cui ri-conoscersi, ma per alcuni il gruppo diventa un muro che non si riesce ad abbattere o, addirittura, la fonte di giudizi duri e sprezzanti che portano alla scelta della solitudine e alla distruzione della propria autostima. Alla base della sensazione di solitudine spesso c’è l’insicurezza del bambino che sta per diventare uomo e che si sente solo non perché è solo, ma perché non si conosce nel gruppo e non trova nessuno in cui rispecchiarsi per cercare di ri-costruire se stesso. E, a volte, gli adolescenti perdono anche la voglia di spiegarsi e di cercare chi possa capirli.

Nella società odierna la difficoltà maggiore è quella di comunicare in maniera efficace e, soprattutto di comunicare i propri stati d’animo. È innegabile, infatti che l’adolescenza porti con se una buona dose di disagio, ma solo se i messaggi che i ragazzi rimangono inascoltati, questo disagio cresce fino a soffocarli. E allora una tendenza alla solitudine può trasformarsi in apatia, cioè alla diminuzione delle reazione di risposte emotive di fronte a situazioni ed eventi quotidiani.

I campanelli dall’allarme sono una sorta di indifferenza generale, una marcata pigrizia fisica e “mentale” (il non avere voglia di fare niente, insomma) e la mancanza di qualsiasi spirito di iniziativa che si prolungano nel tempo e che possono minare le basi dell’autostima. È importante in questi casi intervenire tempestivamente per evitare una sindrome depressiva.

In generale ai primi segnali di disagio, è bene cercare subito di instaurare un dialogo costruttivo con l’adolescente. Ciò non è facile perché spesso gli adolescenti non accettano consigli, reputandoli veri e propri giudizi. Allora mettersi in un atteggiamento di ascolto e comprensione può risolvere la situazione.

Altro tentativo è quello di spingere i giovani a trovare una soluzione ai propri problemi e spingerli a mettere in pratica ciò che è venuto loro in mente, senza preoccuparsi di sembrare  tipi “strambi”. Spingere i ragazzi a essere attivi non significa solamente farli “muovere”, ma fargli toccare con mano che provare, sperimentare, ideare e  conoscere è gratificante. Così scatterà anche la voglia di sperimentare se stessi e mettersi in gioco. Gli altri allora potranno finalmente vedere nel ragazzo scontroso e taciturno, un ottimo ascoltatore, un genio della matematica, un ottimo barzellettiere o chissà cosa altro ancora!

Psicologa dell’età evolutiva

Viale Buonarroti, 13 Novara

Cel. 348.3173462

 

leggere

Il lettore volontario della Biblioteca Ragazzi di Novara Pier Paolo Pilò

I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe

La lettura è un canale molto importante per lo sviluppo cognitivo ed affettivo dei bambini. Non solo, infatti, favorisce lo sviluppo della memoria e facilita e favorisce la comprensione del linguaggio, ma sviluppa al tempo stesso l’utilizzo della fantasia ed aiuta i bambini a pensare a situazioni ed avvenimenti in cui potrebbero essi stessi trovarsi.
Ovviamente le letture vanno scelte in base all’età del bambino, tenendo presente, comunque, che i piccoli riescono a distinguere realtà e fantasia senza difficoltà.
È importante seguire l’interesse del bambino, stimolarlo senza imporgli la lettura. Spesso i bambini si appassionano ad una fiaba e chiedono insistentemente che questa gli venga letta in continuazione. I motivi possono essere vari. Innanzitutto il momento della lettura rappresenta uno scambio tra l’adulto e il bambino, un momento affettivo molto importante. Inoltre nelle favole spesso i bambini trovano personaggi e situazioni in cui immedesimarsi e che, magari, stanno affrontando situazioni e “problemi” simili ai loro. Il simbolismo nascosto in ogni fiaba è proprio l’elemento che la rende così unica, e nonostante ci sia sempre un lieto fine che all’adulto può sembrare scontato, ai bambini è utile la ripetizione proprio perché li rassicura.
Il “vissero per sempre felici e contenti” è infatti un messaggio molto rassicurante per i bambini che ascoltano la storia e si convincono così che, nonostante le difficoltà, c’è sempre una via d’uscita che solitamente i protagonisti trovano attraverso l’ingegno o attraverso l’aiuto di qualcuno. I bambini imparano così sia a cercare soluzioni alternative, sia a richiedere aiuto quando da soli sentono di non farcela: dopotutto l’ha fatto anche il personaggio preferito ….
Per questi motivi è bene che le ragioni per cui una fiaba è preferita ad un altra rimangano un “segreto”, perlomeno fino a che lo decide il bambino, altrimenti il piccolo si sentirebbe “scoperto” e la fiaba perderebbe di efficacia.
Sempre per questo motivo è bene non spiegare il significato di ciò che viene letto: ciascuno trova il proprio. Quando il bambino si sentirà pronto, sarà lui stesso a voler condividere le emozioni provate con mamma e papà.
Bettheleim suggerisce di raccontare, più che leggere, in modo da lasciare spazio alla fantasia del bambino di immaginare ciò che ascolta, seguendo i suoi bisogni. Talvolta, anzi, il genitore che legge dovrebbe lasciare la possibilità al bambino di “interpretare” ciò che viene letto, in modo che il bambino autonomamente possa dar voce a questo o quel sentimento, a questa o quella paura e sottolinearli con l’enfasi che ritiene più opportuna. Talvolta è utile anche illustrare con disegni la favola preferita per permettere al bambino di esprimere e rielaborare ciò che la lettura gli ha suggerito.
Ogni età esige ovviamente un tipo di lettura diversa:
a sei mesi si possono utilizzare libri illustrati con molte “faccine”, a un anno filastrocche, dai tre/quattro anni le favole e , a poco a poco, libri che i bambini stessi chiederanno di leggere.
 Con l’adolescenza, poi, sarebbe importante ricercare libri che rispecchino gli interessi e i vissuti dei ragazzi: in un momento molto delicato della crescita in cui si sta costruendo l’identità e ci si pone molte domande, i libri dovrebbero contribuire a trovare le risposte, senza sostituirsi ai genitori …
I ragazzi ameranno la lettura solo se da bambini gli è stata trasmessa questa passione e il modo più semplice per i genitori di farlo, è amare essi stessi la lettura. Dedicare uno spazio “speciale” per la lettura, attrezzare una libreria che li accompagni nella crescita, condividere le loro scoperte editoriali possono essere efficaci stimoli, accompagnarli in biblioteche pubbliche ormai attrezzate per accogliere le varie fasce d’età.
Allora … buona lettura a tutti!!

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

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I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa  Milena Giacobbe
regole
 
 
Recentemente durante un dibattito su come aiutare i bambini a crescere, un “addetto ai lavori” ha portato una riflessione: alcune volte le regole sono troppe, seguito da: «Ai miei tempi c’erano meno regole: se all’oratorio il più grande ti diceva che non potevi giocare, ti adeguavi perché nessun adulto interveniva e regolamentava la situazione».
Forse il problema non è nella quantità di regole, ma come queste vengono gestite e proposte dagli adulti ai bambini.
Innanzitutto una riflessione sull’utilità delle regole. Fino ai due anni le regole sono un’ostacolo che i bambini trovano davanti alla loro voglia di sperimentare ed esplorare e che gli adulti utilizzano soprattutto per impedire che i piccoli si facciano male, ma non sono né capite né condivise, sono semplicemente “subite” .
Dai due anni però c’è un primo cambiamento in quanto inizia a svilupparsi la “moralità della costrizione”: i bambini rispettano le regole perchè questo consente loro di avere l’approvazione dell’adulto. Fino ai sette anni circa il bambino però è egocentrico, nel senso che agisce e interpreta ciò che avviene attorno a lui riferendolo quasi esclusivamente a se stesso e a ciò che prova lui. Non è in grado, insomma, di “mettersi nei panni degli altri”. Per questo non riesce né a interiorizzare né a motivare le regole. Si limita a seguirle attraverso un meccanismo semplice: l’imitazione. Le regole infatti vengono apprese e messe in pratica solo se chi le propone le segue a sua volta, altrimenti sarà solo un assecondarle per evitare spiacevoli conseguenze. 
Il seguire le regole però ha una valenza importantissima: da ai bambini i confini entro cui muoversi. Il limite permette ai piccoli di sviluppare una adeguata sicurezza e di cominciare a mettere le basi per una personalità serena.
Circa a sette anni si compie un importante cambiamento: il bambino è in grado di decentrare il suo punto di vista e di cogliere le sfumature dei comportamenti altrui. Le regole allora diventano lo strumento che permette di vivere meglio nel gruppo dei pari (scuola, sport, gioco …) e l’adulto diventa colui che può aiutare i piccoli a capire la situazione che stanno vivendo, le sue cause e le conseguenze. L’adulto inizia a essere anche una guida valoriale. Questo compito a volte è confuso con il semplice passaggio di una miriade di precetti che non permettono ai bambini di cogliere le regole non scritte che esistono ovunque. Infatti l’adulto che interviene e cambia le regole del gruppo spontaneo, apparentemente aiuta il bambino a perché gli evita una frustrazione, ma in realtà sta lanciando un messaggio contraddittorio. Infatti le regole non si possono cambiare “in corsa” e le regole che valgono per i bambini devono valere anche per gli adulti! Ecco allora perché troppe regole non servono, rischiano di contraddirsi l’una con l’altra! Poche regole generali e chiare invece possono essere seguite in ogni frangente.
L’ultima “rivoluzione” avviene verso gli undici anni, quando i bambini iniziano ad essere in grado di usare il pensiero astratto.  Le regole divengono astratte, interiorizzate e adattate alle varie situazioni. E soprattutto vengono “messe alla prova”. È questa, in fondo, la ribellione degli adolescenti:  capire se le regole che i genitori in primis e tutti gli altri adulti hanno insegnato, valgono.  I valori vengono messi in discussione proprio per la costruzione e lo sviluppo dell’io.  A poco a poco cioè nascerà un giovane uomo o una giovane donna in grado di auto-regolamentarsi, che ha avuto degli adulti di riferimento che hanno saputo sostenerlo, dargli i giusti limiti e, al momento giusto, discutere con lui delle regole che gli hanno proposto.
Insomma, un altro non facile compito dei genitori …
 

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

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I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe

Tempo di vacanza: indubbiamente con la chiusura delle scuole i genitori si trovano di fronte al problema di come tenere impegnati i figli, se prediligere la compagnia dei nonni o far frequentare ai bambini centri estivi o grest organizzati ormai da ogni comune o parrocchia. E poi, per i più fortunati, le sospirate vacanze …
Innanzitutto, soprattutto per i bambini che hanno frequentato la scuola, è necessario un periodo di “defaticamento” che permetta loro di accomodare tutte le nozioni imparate durante l’anno scolastico. Ciò non significa ozio assoluto, ma la possibilità di mettersi alla prova in maniera diversa.

Cimentarsi in attività ricreative diverse dalle solite permette ai bambini di sperimentarsi e mettere in campo le capacità acquisite. Ben vengano quindi sia attività ludiche strutturate e condotte da educatori esperti come nei centri estivi, sia il diventare l’aiutante del nonno che deve ridipingere la ringhiera del balcone … il tutto proposto ricordando che le regole  servono a dare sicurezza ai bambini ed a evitare spiacevoli conseguenze durante “ i lavori”. È bene quindi concordare poche e chiare regole prima di qualsiasi attività! Le esperienze estive, poi, possono aiutare a rinforzare l’autostima dei piccoli, che facendo nuove esperienze si renderanno conto di essere cresciuti rispetto all’estate precedente e “capaci”!
I bambini sperimentandosi in contesti apparentemente meno rigidi della scuola avranno l’opportunità di scoprire come utilizzare la libertà di cui godono: stimolati in maniera corretta potranno usare la loro fantasia per inventare nuovi giochi, ma nello stesso tempo, dovranno cimentarsi in relazioni nuove con bambini magari di età differente dalla propria, incrementando così le loro capacità
L’estate poi è il momento migliore per scoprire il territorio che ci circonda: gite in campagna o nelle città vicine stimoleranno i piccoli e gli mostreranno ciò che magari hanno visto solo indirettamente nei libri.
Infine le vacanze con i genitori: mare o montagna sono indifferenti fonti di stimoli e conoscenza, ma soprattutto sono la possibilità di vivere per diversi giorni con tutta la famiglia e di godersi mamma e papà che non devono scappare per andare al lavoro!  Ai genitori il consiglio di fare in modo che sia vera vacanza per tutti, trovando il modo di rispettare non solo le esigenze dei bambini, ma anche le proprie, cercando dei compromessi che soddisfino tutti. È vero che si è in vacanza, ma è anche vero che la regola del rispetto reciproco non deve mai venir meno ed è fondamentale non solo nel mondo degli adulti. Quello che serve, invece, è un po’ di elasticità, tanta voglia di divertirsi insieme e lo sforzo, da parte degli adulti di ricordare  che a volte le situazioni nuove e lontane dalla routine possono incutere un po’ di timore ai bambini, che come sempre hanno bisogno “solo” di essere rassicurati per poter vivere fino in fondo anche questa avventura …

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

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clown
La rubrica della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva
Tempo di maschere e sfilate carnevalesche. Forse la maschera più popolare è quella del pagliaccio, che riesce sempre a strappare un sorriso e una risata a grandi e bambini.
O forse no.
Esistono infatti bambini, ma anche adulti, che soffrono di una paura chiamata coulrofobia , che è proprio la paura dei clown e, in particolare, del loro trucco eccessivo, delle parrucche colorate e vaporose e del loro naso rosso, simbolo stesso dei pagliacci. L’origine di questa paura può essere traumatica, cioè legata ad un evento sconvolgente collegato in maniera più o meno diretta al travestimento dei clown. Ciò che infatti disturba maggiormente chi soffre di questo disturbo è l’idea del travestimento e della impossibilità di decifrare in maniera chiara chi si cela dietro al trucco e, di conseguenza, di non poterne riconoscere le reali intenzioni, avvertendo così una sensazione di pericolo più o meno intensa. Il disturbo può avere gradi diversi che portano al semplice evitamento di situazioni in cui si potrebbe incontrare un pagliaccio, a vere e propri attacchi di panico alla sua vista. In generale la presenza di un clown è altamente stressante. A seconda dell’età e dell’importanza del disturbo, è possibile intervenire al fine di risolvere il problema. Per quanto riguarda gli adulti, professionisti specializzati in attacchi di panico possono intervenire con successo, nel caso di bambini, li si può accompagnare alla rielaborazione del trauma “colpevole” della situazione e, soprattutto, alla ricerca di una sicurezza personale che gli permetta di considerare il travestimento da prospettive diverse da quella che li ha condotti a considerare ciò che “non si ri-conosce” come pericoloso tout court.È proprio questa altra prospettiva che ha fatto divenire i clown, in certi contesti, veri e propri terapeuti. La clown terapia, è infatti utilizzata in contesti di disagio al fine di migliorare l’umore delle persone: per esempio i “clown dottori” portano oltre alla loro professionalità, anche la propria arte clownesca al fine di aiutare i piccoli pazienti a rielaborare la loro situazione. Spesso è difficile comunicare quando il dolore e la preoccupazione dilagano: questi pagliacci “speciali” vogliono allora trovare un modello comunicativo comune che superi qualsiasi differenza e diffidenza e che lasci spazio ad una vicinanza umana in cui non dovrebbero esistere confini, barriere o diversità.
I clown sovvertono le regole abituali, riescono a rendere simpatico un difetto, strappano una risata amplificando i difetti e l’incapacità di compiere qualcosa. Ma è proprio il rendersi conto che tutti hanno dei limiti (… e spesso alcuni vorrebbero mettersi una maschera per nasconderli) che aiuta a sperimentare nuovi comportamenti ed atteggiamenti atti a superarli e a ridimensionarli, dandogli il giusto “peso”. Le persone che tendono a vedere in maniera negativa e senza speranza le situazioni stressanti in cui si trovano tendono ad avere una bassa autostima ed essere meno pronti ad affrontare situazioni di stress: riuscire a cambiare questa visione, significa essere capaci di trovare un maggior numero di soluzioni ai problemi che si presentano e riuscire ad affrontare lo stress in maniera più positiva. Non si tratta quindi di negare o ridimensionare i problemi o creare un momento di svago, ma significa dare la speranza di poter fare qualcosa in modo autonomo ed efficace, in una maniera alternativa. Inoltre ricerche scientifiche hanno provato che ridere ed “essere di buon umore” ha un potere rilassante, che aiuta a gestire lo stress e che infine aumenta la secrezione di ormoni e di endorfine implicati nel meccanismo fisiologico della regolamentazione del piacere.
Un altro aspetto che ha reso tanto popolare la figura del clown in ospedale è data dalla sua duplice natura: da una parte la spensieratezza, l’umorismo e la goffaggine, dall’altra la tristezza e la malinconia. L’obiettivo del clown allora non è solo quello di far ridere ma anche, probabilmente, quello di piangere con chi piange, di essere piccolo e solo con chi è piccolo e solo, di essere veramente vicino alla sofferenza, ma, al contempo, di volerla sconfiggere a tutti i costi.

Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
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imitazione

La rubrica della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva

Uno dei meccanismi principali attraverso il quale si impara è l’imitazione. Per esempio, se non ci sono impedimenti di sorta (fisici, emotivi…), un bambino impara a parlare imitando i suoni che sente.

Nello stesso modo impara molti comportamenti ed atteggiamenti, soprattutto dalle persone che sono per lui punti di riferimento.

Il sig. Rossi stasera è molto nervoso. Giacomo, suo figlio adolescente,  risponde male ad una sua richiesta, il padre si arrabbia e subito si scatena una lite durante la quale il tono si fa minaccioso e viene sbattuto con violenza un bicchiere sulla tavola apparecchiata per la cena.

L’ordine è ristabilito: il sig. Rossi ha dimostrato al figlio che lui è il più forte.

Alla scena assiste anche Andrea, il figlio più piccolo che ancora frequenta la scuola materna.

In uno dei rari momenti in cui Giacomo ed Andrea giocano insieme, improvvisamente il piccolo Andrea “attacca” il fratello e gli urla addosso tutta la sua rabbia per aver perso, sbattendo la macchinina che aveva un mano per terra. La mamma interviene e sgrida Andrea perché ha urlato minaccioso.

E il piccolo in maniera disarmante le risponde che “se uno è arrabbiato deve fare così”!

È necessario riflettere sull’evidenza che atteggiamenti e comportamenti dei genitori lasciano una traccia quasi indelebile sui figli  e che le parole spesso non riescono a cancellarla. Inutile spiegare che alcuni atteggiamenti sono sbagliati («Io faccio così, ma tu non lo devi fare» o ancora «Io posso farlo, ma tu no»), anche perché i bambini hanno bisogno di coerenza e la discrepanza tra azione e pensiero genererà solo confusione

E richiedono anche coerenza quando ricevono una punizione. Mandare un bambino a guardare la Tv perchè sta disturbando la cena significa rendere la cena tranquilla, ma anche premiare un comportamento che si ritiene errato.

Il messaggio è contrastante: un atteggiamento provocatorio (di cui sarebbe stato necessario capire le motivazioni) riceve una ricompensa.

È importantissimo ricordare che sono i figli che devono ubbidire ai genitori, e non viceversa; non per una ragione gerarchica e di potere, ma perché è l’unico modo per educarli. Ubbidienza non significa sottomissione. Se invece i genitori cedono ai capricci, sono loro che ubbidiscono ai figli e che si lasciano sottomettere!

I bambini hanno bisogno invece di regole chiare, di “punti” di riferimento solidi, per potersi comportare in maniera adeguata e muoversi con sufficiente sicurezza nella società, dove non si viene premiati se ci si comporta male e dove è necessario interpretare in maniera corretta i messaggi che vengono inviati da chi ci circonda. E rispondere con altrettanta chiarezza e, possibilmente, senza conformismo, ma con coscienza critica.

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

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gioco
La rubrica della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva

 

Ecco Ettore alle prese con i mattoncini: vuole costruire un autorimessa per il camion dei pompieri. È attento e concentrato e sebbene la sorella gli abbia appena ricordato che sta per cominciare il suo cartone preferito, lui continua nel suo lavoro …

Il gioco è l’attività principale dei bambini, per lo meno fino all’entrata nella scuola primaria. Alcuni preferiscono giocare da soli, altri richiedono la costante presenza di un adulto, alcuni prediligono giochi “movimentati”, altri sono appagati da attività più tranquille. Ma esiste il gioco “giusto”?

Spesso i genitori si trovano in difficoltà nel proporre dei giochi ai propri figli e si affidano a consigli che in realtà finiscono per essere strategie di marketing pubblicitario. In realtà il gioco dovrebbe essere uno strumento educativo di crescita e un mezzo di comunicazione basato sul divertimento, “ideato” appositamente per ogni bambino. Infatti esistono linee guida generali, ma ogni educatore sa che occorre la giusta dose di improvvisazione per rendere un gioco, IL GIOCO per eccellenza!

I primi due anni di vita sono caratterizzate da giochi che vedono il movimento e il corpo del bambino come protagonisti. È il gioco senso-motorio: il bambino trae piacere dal movimento e dal contatto con il mondo esterno ed è così che impara non solo a conoscere il proprio corpo, ma anche tutto ciò che lo circonda. Infatti spesso i bambini usano mani e piedi come primo oggetto di conoscenza di se stessi (le succhiano volentieri) e come mezzo di contatto (battere).

Si passa poi a giochi che vedono coinvolti tutto il corpo (equilibrio, dondolio, cadute, scivolamenti, rotolamenti, corse …) che saranno poi i giochi che serviranno negli anni futuri per scaricare l’energia in eccesso.

Altro gioco fondamentale è quello di manipolazione: le mani sono anche il veicolo attraverso cui passano innumerevoli sensazioni che permettono al bambino di conoscere l’ambiente circostante nelle sue sfaccettature attraverso una proficua esplorazione. È proprio su queste basi che si formano i primi concetti di dentro/fuori (il nascondere, il travasare …) e, poi, di causa ed effetto (se lanciare la palla contro il muro la fa tornare indietro, lanciare sulle scale la fa andare lontana …).

Una tappa importante nel gioco è rappresentata dai giochi simbolici: inizialmente il bambino finge che un oggetto sia qualcos’altro (anche se tra i due non vi è molta corrispondenza), poi inizia a fingere che lui sia qualcun altro (il pompiere, la cuoca …) e così si confronta con gli altri e impara a poco a poco a considerare anche il punto altrui e a uscire dal tipico egocentrismo infantile. Non solo, mettendosi “nei panni altrui” inizia a venire a contatto con emozioni che cerca di affrontare nel gioco, ma la cui gestione sarà importante nella vita “reale”. Per esempio fingere di domare un incendio può far pensare a come vincere la paura e questa rielaborazione è molto utile. Di questa categoria fanno parte sia i giochi di ruolo, di simulazione, sociale e di costruzione.

Nessun “tipo” di gioco è mai completamente abbandonato, ma le competenze che il bambino impara vengono inglobate in giochi sempre più complessi.

Imparare a pensare è alla base anche del gioco che io definisco “progettuale”: il bambino verso i dieci anni diventa in grado di lavorare nel campo del possibile e non solo in quello reale e la componente creativa del gioco si fa ancora più determinante. Il gioco si trasforma allora in sport, hobby ….

L’importante è seguire naturalmente la crescita del proprio figlio e le sue capacità, senza forzarlo, ma fornendogli gli stimoli adeguati per poter sperimentare e sperimentarsi. E, soprattutto, non stancarsi mai di guardare con orgoglio il frutto dei suoi esperimenti, sia che si tratti di una torre di mattoncini, sia di un salto in lungo. I bambini per crescer hanno bisogno che nella loro “palestra” ci siano adulti che si fidano di loro e delle loro capacità e che, proprio per questo, li lasciano liberi di provare. Perché sbagliando si impara …. a patto che sia divertente!!!

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

Viale Buonarroti, 13 Novara

 

3 anni
I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa Milena Giacobbe
 
S

Spesso i genitori si dimenticano di come crescano in fretta i bambini e di come apprendano velocemente, così quando i piccoli devono cominciare la scuola materna, sono assaliti da mille dubbi sulla capacità dei figli di affrontare le nuove richieste della scuola.
Ma i bambini, come ripeto spesso, sono molto collaborativi e ci osservano anche quando a noi sembra stiano facendo altro. A loro non occorrono molte parole per capire come ci si comporta in un ambiente: guardano e imitano i modi di fare, le espressioni gestuali e verbali degli adulti di riferimento, genitori o maestre.  Per questo in un tempo relativamente breve, capiranno come muoversi nel nuovo ambiente. Non solo: i piccoli hanno una loro “valigia” nella quale ci sono già molte competenze che possono spendere con sufficiente sicurezza e affrontare le richieste della

scuola.

È vero che è ancora molto forte l’ancoraggio alla sensorialità e che, quindi, tutto passa ancora dal “fisico”, ma è anche vero che possiedono già la capacità di concentrarsi su un compito per tempi ragionevoli. Questo significa che anche il gioco sta cambiando. I bambini infatti sono in grado di imitare ciò che fanno gli adulti in un momento differente a quello in cui avviene l’azione che tanto li interessa. Nasce cioè il gioco del far finta: le bambine imitano mamma e accudiscono le bambole, i bambini imitano papà e sono dei perfetti falegnami e che dire della precisione con cui giocano a prendere appuntamenti, fare i , le maestre  e rispondere al telefono ?
Si chiama gioco simbolico e uno dei  meccanismi cognitivi che ne sta alla base è il “distaccamento” che permette ai piccoli di tenere ben separati realtà e finzione.
Con l’entrata nella scuola materna i bambini si troveranno a confrontarsi con altri bambini con i quali è indispensabile trovare un linguaggio comune:  i vostri figli a poco a poco diventeranno dei chiacchieroni! Bisogna però fare ancora un po’ di attenzione sul linguaggio da usare con loro. È bene, per esempio, correggere le storpiature che ancora possono essere presenti nel linguaggio,  usando le parole corrette per indicare persone ed oggetti. Inoltre bisognerebbe ricordare che i concetti e, di conseguenza, i vocaboli legati al tempo come ieri oggi e domani non sono ancora padroneggiati dai piccoli di tre anni e, quindi, potrebbe esserci qualche incomprensione. Sarebbe meglio usare ancora riferimenti più concreti (il giorno che vai in piscina, dopo aver fatto merenda ….) e riferiti alla quotidianità, così non c’è il rischio di fraintendimenti.  Anche il concetto di quantità è relativo: nonostante i bambini sappiamo contare anche fino a dieci, è probabile che conoscano solo il valore di due e tre.
 È questo il periodo dei mille perché ai quali è giusto trovare una risposta, senza farsi trascinare nel vortice infinito delle spiegazioni …..
È anche il momento più favorevole per leggere fiabe e racconti: i bambini vorrebbero ascoltare le loro storie preferite sempre: questo serve anche ad affrontare  paure e incertezze che magari la fiaba stessa affronta e risolve …
La più grande scoperta di questi bambini è però la possibilità di sperimentare sempre di più l’autonomia: è bello scoprire di essere capaci di ….. fare tantissime cose in autonomia: lavarsi i denti, apparecchiare la tavola, andare in bicicletta ….sempre supportati da mamma e papà che non smettono mai di incoraggiare!
I bambini sono tendenzialmente egocentrici, nel senso che considerano il loro punto di vista l’unico esistente, e spesso è ancora difficile farli rendere conto delle esigenze degli altri, ma  il confronto continuo con i coetanei, le prove, gli errori e le conquiste che la loro voglia di crescere ed imparare li portano a fare, a poco a poco scalfiranno anche questa caratteristica e  li porterà a vivere relazioni sempre più soddisfacenti. L’importante è aiutarli a sperimentare, non sperimentare al posto loro , accompagnarli e non sostituirsi: questo a volte sarà difficile, ma il risultato finale sarà positivo. Scoprirete che il vostro piccolo è diventato un  adulto consapevole e sereno …

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

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genitori
I consigli della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva

Scene di ordinaria … sottomissione.

Ore 12.00 Alcuni bambini rientrano per il pranzo. Una mamma si lamenta con un’amica dicendo che Chiara non può rimanere a mensa, a casa mangia solo quello che vuole lei e in mensa dovrebbe adeguarsi. Figurarsi che anche la passata di pomodoro deve essere esclusivamente con la polpa di pomodoro, nessuna spezia, erba aromatica o altro. Agli altri componenti della famiglia piacerebbe variare un po’, ma con tutti gli impegni quotidiani è impensabile cucinare due menù differenti: meglio adeguarsi alla piccola.

Ore 16.00 I bambini escono da scuola. Ad aspettare Matteo il nonno. Appena il bambino arriva “lancia” cartella e sacca con le scarpe da ginnastica al nonno e gli chiede dove ha parcheggiato l’ automobile. Poi corre via e aspetta il nonno in piedi sul cofano dell’auto. Il nonno sorride e gli dice di smetterla di fare lo stupidino.

Ancora a scuola. Luca non vuole proprio stare seduto nemmeno un attimo durante le lezioni e pretende di poter camminare tra i banchi. Le maestre si trovano in difficoltà e vorrebbero aiutarlo e insegnargli a rispettare le elementari regole per stare in classe. I genitori, convocati per cercare di risolvere insieme il problema, si dicono rassegnati al carattere esuberante del loro figlio e sperano che crescendo cambierà.

Assecondare i propri figli a volte sembra il modo più diretto per dimostrare loro amore e, spesso, per mettere a tacere i propri sensi di colpa, derivati dal tempo che non si riesce a dedicare a loro o dal mancato esaudimento di desideri espressi, magari per cause non dipendenti dalla volontà dei genitori stessi.

Purtroppo nella società moderna le dinamiche che si esprimono nei sistemi relazionali sono spesso la conseguenza di sensi di colpa e tale influenza si riscontra anche nello sviluppo dei sistemi educativi.

Cedere ad ogni richiesta dei figli, se da un lato mette a tacere sensi di colpa magari nascosti,  dall’altro rischia di “viziare” i bambini, ma soprattutto di contribuire in modo errato alla costruzione di una personalità equilibrata. Non solo infatti questi bambini non saranno in grado di “mettersi nei panni altrui” e quindi di non sviluppare empatia, ma si sentiranno autorizzati a fare ed avere tutto ciò che vogliono e a decidere senza tener conto degli altri. In questo modo si strutturerà una personalità rigida e non rispettosa, che rischia di compromettere pesantemente le loro relazioni future.

Piccoli despoti si diventa.

Un’ultima riflessione: i bambini per crescere hanno bisogno di introiettare figure educative solide: chi lascia sempre decidere gli altri non può essere un punto di riferimento.

Anche se apparentemente i piccoli despoti sono molto sicuri di se stessi, in realtà sono molto insicuri e fragili, proprio perché non hanno sperimentato i giusti limiti, le giuste regole e i confini tra se stessi e gli altri.

Non bisogna aver paura di dire no.


Non bisogna rassegnarsi e sottomettersi ai propri figli: cambiare per ritrovare il benessere di tutta la famiglia è possibile.

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

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I consigli della psicologa dell’età dell’età evolutiva
autostima
AUTOSTIMA, ovvero il giudizio che ogni individuo ha delle caratteristiche che reputa di avere. E i bambini? Anche loro hanno a che fare con il giudizio? E, soprattutto come aiutarli a sviluppare la sicurezza nelle proprie capacità e la voglia di provare a misurarsi con se stessi e con gli altri?

 “TANTO NON CI RIUSCIRO’ MAI!” Come possono i genitori  affrontare questa insicurezza che a volte influenza a tal punto il comportamento, non solo da rendere più complicato il percorso di apprendimento, ma anche di rendere più difficoltose e quindi meno serene, le relazioni con i coetanei e con gli adulti? Spesso infatti  genitori hanno l’impressione che il proprio figlio abbia tutte le carte in regola per riuscire, ma che gli manchi la convinzione per fare.  Allora forse è il momento di pensare a che tipo di valutazione il bambino ha di se stesso.  Perché l’autostima ha radici profonde e nasce e si sviluppa proprio come molti altri tratti caratteristici della personalità.

Un aiuto ce lo può fornire una riflessione sulla nascita del sé : dagli zero ai due anni il sé si va differenziando a poco a poco dall’ambiente, il bambino scopre i confini del suo corpo e inizia a vedersi come  “oggetto tra gli oggetti” , ma per lui è tutto è ancora  riconducibile a se stesso. Così inizia a “catalogare” se stesso e gli altri in categorie generali (grande/piccolo, maschio/femmina …)
Verso i quattro anni invece  il concetto di sé si basa sulle categorie delle azioni e sul saper fare (il “sono capace di …”).La gratificazione esterna e l’approvazione da parte degli adulti di riferimento diventano quindi indispensabili perché il bambino inizi a sviluppare una corretta autostima. A partire dai sette anni circa poi, per il bambino diventa possibile decentrarsi dal proprio punto di vista e quindi gli è possibile comparare le proprie opinioni con quelle altrui. Intanto il sé interno si rafforza in base a categorie morali, psicologiche e personali.  La gratificazione esterna e il bisogno di essere guidato dagli  adulti è ancora molto forte. Infine  con l’adolescenza  l’attenzione si sposta dall’adulto al gruppo dei pari:  Inizia il confronto con gli altri per definire il proprio Io. Ora diventano importanti i sia rinforzi interni per la costruzione di una maggiore coscienza di sé sia quelli  esterni per i rimandi del gruppo alla costruzione di una identità sociale.
Il ruolo dei genitori anche in questo percorso è fondamentale: i bambini hanno bisogno di coerenza e chiarezza, devono imparare a riconoscere cosa attendersi dai propri comportamenti, in modo da sviluppare fiducia nei genitori, negli adulti e, quindi, in se stessi e nelle proprie capacità. Ogni bambino come abbiamo visto, ha una percezione di se strettamente collegata ai rinforzi ricevuti e, quindi, a come si sente visto dai propri genitori. Se un genitore ha scarse aspettative nei confronti del figlio, questo riterrà non valere molto: ne risentirà l’ autostima e la motivazione al fare,  a tutti i livelli. D’altra parte aspettative eccessive potrebbero  produrre sia un’autostima esagerata, che influenzerebbe negativamente la percezione della realtà, sia, ancora una volta, bassa autostima, nel caso i traguardi prefissati fossero irraggiungibili,.
Il compito dell’adulto sembra complicarsi ulteriormente nel momento in cui il bambino, pur avendo bisogno dell’approvazione dell’adulto e della gratificazione, il bambino inizia il suo percorso verso l’autonomia. Infatti spesso i genitori devono combattere tra il desiderio di sostituirsi al bambino (in modo che un eventuale errore non lo turbi ……) e il lasciarlo fare (ma forse si sentirebbe abbandonato…..). Forse banalmente, il modo corretto di porsi è quello di dare l’appoggio necessario affinchè il bambino ci provi, il giusto incoraggiamento e l’incondizionata presenza.
Ciò significa che se come genitori abbiamo protetto e rassicurato sufficientemente nostro figlio e se siamo riusciti a trasmettergli sufficientemente affetto, accettazione dei propri e altrui limiti ,in generale,  delle proprie ed altri caratteristiche, oltre a possibilità di identificazione, sicuramente potremo anche aiutarlo a costruire un concetto di autostima di se che gli consenta di raggiungere ciò che vuole e, soprattutto, esserne felice.
Altro punto fondamentale è lo sforzo di considerare sempre e comunque il punto di vista dei propri figli, i loro bisogni e, soprattutto, le loro emozioni. Così nei bambini si svilupperà un sano rispetto per se stessi (che è proprio quello che loro per primi hanno ricevuto) e, di conseguenza per gli altri, che poi si potrà tradurre in stima verso se stessi e verso gli altri.

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

Viale Buonarroti, 13 Novara

Cel. 348.3173462

alimentazione
I consigli della psicologa dell’età evolutiva, dott.ssa  Milena Giacobbe

Tempoi fa si è laureata a pieni voti una ragazza a cui sono molto affezionata e che mi ha fatto tornare in mente il mio primo passo da dottoressa.  Lo ripropongo anche a voi

TESI DI LAUREA

UNIVERSITA DEGLI STUDI DI TORINO – FACOLTA’ DI MAGISTERO

CORSO DI LAUREA IN PSICOLOGIA

RELATORE: PROF.ssa Daniela VIGNA

Anno accademico 1995/96 – Discussione: 27 febbraio 1997

DISTURBI ALIMENTARI DURANTE L’INSERIMENTO ALL’ASILO NIDO:

ASPETTI RELAZIONALI

Numerosi autori hanno riconosciuto l’alimentazione come funzione fondamentale nello sviluppo psicologico del bambino ed il rapporto alimentare che unisce madre e bambino come luogo di formazione della mente del bambino stesso. Indagare la presenza di eventuali disturbi alimentari in bambini di età compresa tra i tre mesi ed i tre anni significa indagare il rapporto madre-bambino, usando come “pretesto” e contesto l’asilo nido (di cui sono è presa in considerazione anche l’adeguatezza ambientale, di personale, di gestione di situazioni particolari …) e scegliendo come momento quello dell’inserimento  quale evento tra i più significativi per tale indagine. L’ipotesi di partenza è che la relazione del bambino con la madre influenza ed è influenzata dal rapporto del bambino con il cibo. Nella ricerca condotta, ovviamente, “indagare” significa appunto condurre una indagine alla scoperta dell’esistenza di parallelismi tra difficoltà con il cibo, difficoltà di inserimento e, quindi, difficoltà di gestione della separazione dalla mamma

Il lavoro parte da una breve introduzione sull’importanza che l’alimentazione ricopre nella vita di ogni individuo e, soprattutto nei bambini: la valutazione dello sviluppo sociale ed emozionale di un bambino può essere dedotta dall’osservazione del  suo comportamento a tavola.

Segue una rassegna dei maggiori autori psicoanalitici che si sono interessati all’interazione madre-bambino-cibo.

  1. Klein (1952) afferma che il rapporto madre-bambino e bambino-cibo siano intimamente legati fin dall’inizio e che, di conseguenza, l’analisi degli atteggiamenti tenuti dal bambino verso il cibo favorisca la comprensione dei bambini stessi.

S.Freud per primo notò, tramite il trattamento analitico di adulti, come le turbe dell’alimentazione, in particolare durante lo svezzamento, avessero effetti sulla vita emotiva del singolo individuo.

A poco a poco, grazie ad autrici come A. Freud e M. Klein, altri problemi relativi all’alimentazione infantile furono presi in considerazione ed esaminati direttamente nel corso dell’osservazione e del trattamento analitico di bambini piccoli. In realtà ci volle ancora un po’ di tempo perché si capisse che difficoltà comuni nel cibarsi intervengono nella vita di bambini non affetti da particolari patologie.

Secondo la scuola psicoanalitica la funzione del mangiare, oltre che servire primariamente al bisogno fisiologico del nutrimento, opera in armonia con le forze dell’Es e dell’Io, entrambe, infatti, dirette verso l’autoconservazione.

Per tracciare lo sviluppo dell’interazione sociale, che trova il proprio prototipo nella relazione madre-bambino, è chiamata in causa la teoria della pulsione secondaria, sostenendo in altre parole che l’amore nasce primariamente dal bisogno soddisfatto di nutrimento. Inoltre il comportamento del lattante è teso ad evitare stati spiacevoli (come la fame) ed a conseguire il piacere (come la nutrizione), cosicché l’impulso dell’autoconservazione e l’impulso a conseguire il piacere sono strettamente legati nell’esperienza alimentare.

Si passano in rassegna, poi, le molte formulazioni proposte per l’attaccamento dimostrato dal neonato verso la madre. Tra queste è utile rilevare che Bion è l’unico che considera la funzione cibo in modo nuovo, rendendola basilare per la formazione del pensiero. (….)

Seguono quindi le osservazioni psicoanalitiche ed i risultati dello studio condotto presso l’asilo nido di San Martino di Novara. Il metodo usato è stato quello dell’osservazione psicoanalitica rivolta a bambini che, per la prima volta, entravano in contatto con il mondo dell’asilo nido (periodo di osservazione : ottobre – dicembre 1996). I risultati portarono a concludere che l’inserimento all’asilo nido  sembra essere un evento potenzialmente traumatico (le cui manifestazioni possono essere colte) anche durante i pasti e che dipende dal passato familiare relazionale non solo del bimbo, ma anche della madre.

Oggi posso aggiungere che alcune difficoltà sono segno della presa di coscienza da parte dei piccoli che attorno a loro qualcosa sta cambiando, non solo dal punto di vista “pratico” (cibi diversi, orari e spazi diversi da quelli familiari), ma soprattutto dal punto di vista relazione ed evolutivo. A piccoli passi infatti il rapporto con la mamma diviene sempre meno simbiotico (ma non per questo meno profondo) e il naturale “divenire grandi” farà emergere sempre maggiori capacità ed autonomie, come la capacità di usare autonomamente tazze e cucchiai o la più impegnativa capacità di controllare gli sfinteri. Se le difficoltà sono dunque passeggere, possono essere tranquillamente considerate come una iniziale resistenza al cambiamento e non destare particolare preoccupazione.

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

Viale Buonarroti, 13 Novara

Cel. 348.3173462

 

autolesionismo
I consigli della dott.ssa Milena Giacobbe, dott.ssa dell’età evolutiva

Ancora uno strano graffio sul polso … e altrettanto assurda la spiegazione di come Sara se l’è procurato! E improvvisamente un pensiero si fa strada nella mente dei genitori: sembra impossibile, ma forse Sara si è procurata quei segni da sola. Perché?

Quello dell’autolesionismo è un fenomeno in crescita negli ultimi anni, soprattutto tra le ragazze tra i 12 e i 14 anni.

All’origine di questi gesti c’è un vissuto di solitudine e depressione. Il taglio, il procurarsi dolore diventa il modo che questi adolescenti trovano non solo per sentirsi vivi, ma anche per chiedere aiuto. Se succede qualcosa che turba il loro equilibrio, questi ragazzi non riescono a trovare le risorse per reagire, e l’ansia e la tensione che li pervade sfociano in questo gesto che a volte appare liberatorio.  A poco a poco  il senso di vuoto e solitudine si trasforma in rabbia, verso l’adulto che non capisce e non vede (o vede solo l’apparenza) ma anche verso i coetanei. Spesso infatti il primo gesto di autolesionismo scaturisce dopo una lite con un amico/a o dopo il rifiuto del primo amore. Purtroppo solo il 7% di chi si taglia, lo fa una volta sola, il resto prosegue questa pratica per mesi e, a volte, per anni, magari intervallando dei momenti di astinenza.

Gli adolescenti con questa problematica hanno delle solitamente delle difficoltà nelle relazioni soprattutto con i pari; la loro solitudine è dovuta al senso di inadeguatezza che provano vicino ai compagni. Per questo è difficile che parlino del loro problema e, a volte, le chat diventano il luogo “protetto” dentro al quale confidarsi e cercare chi può capire il problema. Allora si scopre che la solitudine di questi ragazzi è legata al non essere riusciti a creare un rapporto di comprensione basato sul dialogo con i genitori, il che li ha portati a una scarsa fiducia in se stessi, bassa autostima ed accettazione di sé. È vero che il difficile rapporto con se è tipico dell’adolescente, ma nei ragazzi che si auto-lesionano, questi tratti sono molto marcati e spesso si fa fatica a trovare risorse per contrastarli ed aiutare l’adolescente a costruire una personalità matura e adeguatamente strutturata. Nelle ragazze soprattutto può capitare, a causa degli sconvolgimenti fisici  e ormonali in atto, che sentano il loro corpo estraneo e che cerchino di “riappropriarsene” attraverso il dolore. Inoltre Il dolore fisico è i più sopportabile del dolore psichico. Può anche innescarsi un meccanismo di autopunizione : se non si amano abbastanza o pensano di non essere amabili, possono indirizzare queste pulsioni negative su di se e infliggersi dolore. Insomma Non si piacciono, odiano il proprio corpo, al punto di non avere la minima fiducia in se stessi, ma neppure negli altri. Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni, il che porta anche a sbalzi di umore importanti.

E i genitori come devono comportarsi? È bene non sottovalutare il problema, ma osservare attentamente ogni cambiamento e comportamento.  Vestiti larghi o lunghi per nascondere le ferite, lividi e ferite inspiegabili, irritabilità, amicizie che si assottigliano o rapporti che diventano quasi “ossessivi” sono campanelli d’allarme: qualcosa sta profondamente turbando il ragazzo o la ragazza che abbiamo di fronte …

È necessario allora analizzare il proprio comportamento da genitore e capire se l’adolescente che abbiamo davanti è frustrato perché non riesce a rispondere alle aspettative di mamme e papà o degli insegnanti o degli amici … inoltre è bene pensare a quanti no e divieti sono sottoposti, in nome dell’educazione che devono ricevere. Ma gli adolescenti hanno bisogno di approvazione e di sentirsi dire che l’adulto li stima ed è orgoglioso di loro.

Mai arrivare a dire al proprio figlio: “Che delusione, adesso fai anche questo …”: è un modo sicuro di perdere la battaglia contro il senso di vuoto sentito dal proprio figlio e non una mossa vincente per metterlo di fronte alle sue “responsabilità”!

  

Dott.ssa Milena Giacobbe

Psicologa dell’età evolutiva

Viale Buonarroti, 13 Novara

Cel. 348.3173462

dislessia

DISLESSIA

I consigli della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva

Solitamente genitori ed insegnanti sospettano una dislessia nel momento in cui oltre a difficoltà nella lettura, iniziano a insorgere delle difficoltà nella comprensione dei testi scritti.
La dislessia infatti consiste in un disturbo che può essere lieve, medio o severo, nella lettura e nella comprensione dei testi e dei numeri; nella memorizzazione delle definizioni e di termini specifici.
In generale i bambini con dislessia necessitano di un approccio diverso allo studio, ma la conoscenza non deve essere  loro negata: bisogna, però, trovare un metodo di apprendimento che consenta di bypassare la difficoltà e far raggiungere l’obiettivo della comprensione. Un’ altra doverosa precisazione: la dislessia non insorge per un fattore di pigrizia!
Segnali di qualche possibile problematica possono insorgere già nella prima infanzia. I bambini a cui poi viene diagnosticata una dislessia, spesso hanno avuto difficoltà di linguaggio nei primi tre anni di vita, cioè possono aver iniziato a parlare tardi, oppure il loro linguaggio è rimasto “povero” o ancora non hanno mai pronunciato bene le parole o  nelle loro frasi c’era sempre qualcosa di scorretto. Attenzione, però: questi segnali non indicano necessariamente una dislessia, possono anche essere segnali di difficoltà evolutive di altro tipo e, soprattutto, non devono destare preoccupazione se sono passeggeri.
La nostra scuola utilizza il linguaggio scritto e verbale come principale veicolo di apprendimento: per questo i problemi di dislessia emergono in maniera così evidente nei primi anni della scuola primaria. Recentemente hanno trovato conferma le ipotesi di una origine costituzionale della dislessia, cioè una base genetica e biologica su cui si innescano in modo significativo gli stimoli ambientali. Sembra anche che la trasmissione sia paterna.
Per affrontare la dislessia valgono i suggerimenti generali per gli altri DSA, che consistono nell’individuare un corretto metodo di studio alternativo e nel rinforzare l’autostima del bambino che fa fatica ad apprendere e che, solitamente, tende a sentirsi in colpa per questo.
Solitamente i bambini con dislessia, fanno molta fatica a portare a termine compiti scolastici. Questo perché la maggior parte di “energia” destinata all’apprendimento, è invece utilizzata per cercare di decodificare i messaggi in entrata in maniera corretta, il che, visto il disturbo da cui sono effetti, risulta un’impresa a volte impossibile. Una volta eseguita questa operazione, però, rimane poca energia da dedicare a tutti i passaggi successivi necessari alla buona riuscita del compito. Questo stato di cose spesso viene scambiato per svogliatezza e pigrizia … ma anche con tutto l’impegno possibile, per i dislessici leggere non sarà mai un gesto completamente naturale!
È necessaria una diagnosi attenta non solo per la certificazione della dislessia, ma per ricercare il canale di apprendimento adeguato per il singolo. Si potrebbe infatti scoprire che il canale di apprendimento preferito dal bambino è quello uditivo, oppure quello cinestetico …
Ausili cartacei o tecnologici, possono poi dare un ulteriore aiuto. L’importante è che non vengano considerati come vantaggi, ma come l’unico mezzo per apprendere. Dopotutto nessuno accuserebbe un miope di essere avvantaggiato nel momento in cui infila un paio di occhiali!
Cosa può fare un genitore per aiutare il proprio figlio? Innanzitutto informarsi il più possibile e cercare insieme a specialisti i “rimedi” adatti per il proprio caso, che tengano conto non solo del problema, ma anche della personalità e delle inclinazioni del bambino. Sostenere il bambino senza farlo sentire in colpa o diverso: solo così affronterà questo (e le altre prove che lo attendono …) in maniera serena. E soprattutto ricordarsi che la dislessia è solo una delle caratteristiche del proprio figlio, quindi è bene scoprire tutte le altre insieme ….
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Buonarroti, 13 Novara
Cel. 348.3173462