Paolo Vuono: tra Italia e Austria, continuano i successi del giovane talento novarese

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Seguire una passione spesso comporta sacrificio e impegno, ma soprattutto significa manifestare una dedizione incontrollabile che viene da dentro e non abbandona mai.

Questa è la strada che ha scelto Paolo Vuono, un giovane novarese che ha percorso la via della musica sin da bambino quando, a nove anni, ha avvertito la curiosità di avvicinarsi all’affascinante mondo delle note e del violino.

Un desiderio che nel corso degli anni ha confermato un talento innato segnato da tanti importanti successi, come il Diploma con massimi voti al Conservatorio Cantelli di Novara e i suoi studi a fianco di grandi artisti, soprattutto a Vienna.

La sua personalità  eclettica gli ha permesso contemporaneamente di conseguire la maturità classica a pieni voti e  di dedicarsi ad altri numerosi e svariati interessi, che hanno arricchito le sue esperienze.

Tra continui viaggi, studi  e  concerti per alcune rinomate orchestre, Paolo Vuono ogni giorno conduce la  sua vita d’artista, divisa tra una non comune maestria e un’inevitabile quotidianità giovanile.

Isa Voi l’ha incontrato e intervistato.

1) Come si descriverebbe Paolo ai lettori?

È difficile dire qualcosa su se stessi. Compiere un percorso artistico significa avere a che fare con la complessa categoria della natura umana e con la possibilità della comunicazione. In questo senso ogni persona è descritta dai propri pensieri e dai modi in cui sceglie di esprimersi – si tratti della parola, delle immagini o, nel mio caso, dei suoni. Spero quindi di riuscire a dire qualcosa su di me nelle prossime righe…
2) Raccontaci il tuo percorso artistico.

Ho inziato a suonare il violino a nove anni. Più avanti, parallelamente al liceo classico, ho frequentato il Conservatorio “G. Cantelli” della mia città diplomandomi nel 2013 con lode. Subito dopo mi sono trasferito a Vienna per specializzarmi presso il Konservatorium Wien. La mia vita musicale in questo momento si divide tra lo studio e i concerti, grazie anche all’Associazione De Sono e alla Fondazione CRT, delle quali sono borsista.

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3) Come è nato il tuo amore per la musica?

Ricordo che la volontà di suonare è nata ascoltando i CD che c’erano a casa. Istintivamente ho desiderato di cercare un contatto più stretto con la musica e ho chiesto ai miei genitori di suonare il violino. La predilezione per questo strumento è stata condizionata probabilmente dal ruolo primario che esso presenta nel suono orchestrale, cioè dal fascino che esso ha esercitato fin dalle prime esperienze di ascolto. Questa curiosità, l’idea di vivere la musica “dall’interno” risalendo la sua origine fisica, non mi ha più abbandonato e riassume ancora adesso il mio rapporto con questa arte: cerco sempre di suonare in un modo che a me stesso piacerebbe ascoltare.

Essere interpreti, tanto nella musica quanto nel linguaggio parlato, significa farsi carico di un messaggio. Se il compositore e l’esecutore non sono la stessa persona, come accade nella musica cosiddetta “classica”, il lavoro dello strumentista somiglia a una traduzione. La performance è il risultato di uno studio della partitura: c’è una fase di analisi “chimica” del dato, che consente davvero di mettersi in dialogo con il testo musicale e con il suo autore, di coglierne le ragioni profonde, le linee di forza, i punti di fuga…

Quindi per me suonare significa mettersi in ascolto di ciò che la musica ci vuole dire: proprio come, o forse molto più che nell’ascolto del CD.

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4) Quale è l’esperienza che ricordi con gioia nella tua carriera da musicista?

Potrei citare alcuni tra i momenti che mi hanno dato grandi soddisfazioni, anche se la mia carriera è solo all’inizio… Il giorno del mio diploma; l’ammissione al Conservatorio di Vienna; concerti, audizioni, concorsi… Oltre a ciò, e lo dico senza retorica, la soddisfazione più autentica è quella quotidiana di arrivare sempre più vicino al risultato ideale e di essere a contatto con le idee dei grandi compositori. Il dialogo con quelle voci, che risuonano da tempi e luoghi lontani, rappresenta un’esperienza umana e intellettuale straordinaria. E poi quando il musicista crede davvero in quello che fa, anche il pubblico se ne accorge, è coinvolto e reagisce positivamente.
5) Le difficoltà che hai incontrato nell’affermarti come artista…

La formazione e l’esperienza concertistica impongono molti sacrifici. Specialmente nei periodi più “caldi” dell’anno le giornate diventano molto intense e tra studio, viaggi, prove, concerti, richieste dell’ultimo minuto… il tempo libero si riduce praticamente a zero. Più in generale bisogna fare spesso scelte impegnative, come quella di trasferirsi in una nuova città o in un altro Paese; trascorrere periodi anche lunghi lontano dai propri cari; scegliere tra varie opportunità che si presentano nello stesso momento. È un lavoro in cui bisogna saper dosare le energie, ma è necessario innanzitutto conservare grande entusiasmo e dedizione.

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6) Come ti immagini tra dieci anni?

Naturalmente vorrei suonare in un’orchestra di alto livello, affiancando un percorso cameristico e cogliendo le occasioni che si presentano di suonare da solista. Queste tre modalità sono le forme principali della mia professione. Non si escludono affatto a vicenda: sono cose che faccio già e desidero semplicemente continuare su questa strada. Allo stesso tempo sono concentrato sulla prosecuzione dei miei studi, che vorrei mi consentissero di sviluppare al massimo le mie capacità. Non è facile fare previsioni. Dieci anni sono un periodo simbolico e la vita professionale pone sempre nuove sfide. La mia principale ambizione è quella di crescere sempre di più.
7) Progetti futuri?

In questo momento collaboro con diverse orchestre e formazioni cameristiche in Austria e faccio parte di alcune realtà italiane molto interessanti – tra le quali vi sono l’Orchestra “Master dei Talenti” della Fondazione CRT, l’Orchestra Perosi di Biella, le stagioni concertistiche dell’Associazione De Sono. Sono opportunità preziose, grazie alle quali giovani musicisti selezionati sono introdotti in un ambiente di alto livello professionale e hanno la chance di collaborare “sul campo” con maestri e direttori di grande esperienza. Nel mese di settembre suonerò alcuni concerti al Politecnico e al Teatro Nuovo di Torino, all’Accademia “L. Perosi” di Biella e alla Klaviergalerie di Kaiserstrasse a Vienna.

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8) Il tuo sogno nel cassetto?

Ce ne sono tanti! Così, a bruciapelo? Pubblicare un romanzo. Girare un film col mio cellulare. Rubare un quadro famoso e appendermelo in bagno. Comprare un’isola ai Caraibi. Brevettare il teletrasporto. Fare una crociera al Polo Sud.

(No, seriamente, non ho altri sogni a parte continuare a fare quello che faccio, suonare, e farlo sempre meglio.)
9) C’è qualche artista, del passato o dei tempi nostri, dal quale trai ispirazione?

Parecchi, non solo musicisti. L’ispirazione arriva spesso da lontano, dalle altre arti o ancora da altre attività. A volte è facile trovarla in quelle cose delle quali non siamo esperti ma piuttosto fruitori appassionati.

È impossibile fare una scelta anche limitata di artisti o opere specifiche. Il mio mito d’infanzia era Leonardo Da Vinci, del quale ammiro da sempre l’ampiezza degli interessi e la sintesi tra rigore teorico e precisione artigianale. A sette anni sapevo tutto di lui, avevo persino scritto una sorta di breve monografia raccogliendo tutte le informazioni che avevo imparato da libri e dall’enciclopedia. Quest’estate ho letto due romanzi molto ben scritti, La carte et le territoire e Les particules élémentaires di M. Houellebecq. Ma più in generale anche un panorama, una cena o due chiacchiere con un amico possono essere una grande fonte di ispirazione. Sono fermamente convinto che nulla sia più sorprendente e persino “catartico” del mondo stesso e della realtà come la sperimentiamo ogni giorno.

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