Psicologia: la rubrica della dott.ssa Milena Giacobbe

I consigli della psicologa dell’età evolutiva
PERCHE’ IL CIBO NON DIVENTI
 UN PROBLEMA
Ecco uno degli eterni dilemmi dei genitori: il piccolo avrà mangiato abbastanza? È meglio insegnargli la “buona educazione” o lasciare che sperimenti e …. sporchi?
Sicuramente un buon rapporto con il cibo è indice nell’infanzia come nell’età adulta di un adattamento positivo alla realtà. Perché questo avvenga si possono attuare delle piccole strategie affinché i piccoli si accostino con piacere al cibo.
Per esempio può essere utile preparare i pasti insieme al proprio figlio, magari riservandosi un giorno “speciale” ogni tanto o, giocare ad indovinare “cosa bolle in pentola” attraverso il solo profumo o il solo gusto o, ancora, preparare portate colorate che assomigliano magari all’animale preferito. L’importante è non eccedere, trasformando i pasti e la loro preparazione esclusivamente in momenti ludici, o, al contrario, in situazioni noiose che devono finire il più velocemente possibile e che possono vedere i bambini protagonisti contro la loro stessa volontà. I pasti allora potrebbero diventare una sorta di battaglia nella quale vengono magari espresse le difficoltà esistenti nel rapporto tra madre e bambino. Può anche succedere che i segnali di bisogno del figlio non vengano giustamente interpretati dalla famiglia ed il cibo diventi il mezzo tramite il quale rispondere al bambino e placare la tensione che esprime innestando così un meccanismo che potrebbe portare all’eccessivo aumento di peso.

Come dicevo prima i genitori cercano di insegnare la buona educazione a tavola. Questa esigenza non si deve scontrare con quella del bambino di consumare il proprio pasto con soddisfazione: bisognerebbe, allora, permettergli esperienze piacevoli senza eccesso di regole o di prescrizioni dietetiche troppo rigide. Per esempio il piacere di manipolare il cibo e di imbrattarsi con esso nel periodo delle regole per il controllo degli sfinteri ( dai 2 ai quattro anni circa) permette addirittura una più facile acquisizione delle stesse. Al contrario un eccesso di repressione può indurre disgusto per quei cibi la cui consistenza ed il cui colore ricordano ciò che non può manipolare: di qui il disprezzo per alimenti viscidi o mollicci, sostanze verdi o marroni, creme o salse, indipendentemente dal sapore. Rispettare i tempi di ogni bambino può aiutare a non generare rifiuti ostinati. A poco a poco il bambino imparerà a comportarsi a tavola, soprattutto imitando il comportamento dei genitori o degli adulti di riferimento in generale.
L’invito è quello di ridare il giusto peso alle strategie alimentari: dopotutto è opportuno ricordare, per concludere, che molto raramente la funzione alimentare assume il solo significato di nutrimento, in quanto alla base dell’assunzione di cibo c’è sempre un’esperienza interpersonale implicante numerosi significati affettivi, emotivi ed intellettivi. Recentemente mi è stato infatti sottoposto il caso di un bimbo che da quando frequenta l’asilo nido si rifiuta di mangiare. Inconsciamente questo bimbo ha usato un modo di sicuro effetto per comunicare il suo disagio di fronte ad una situazione nuova e che, ai suoi occhi, lo priva della presenza della mamma soprattutto nel momento dei pasti. Infatti il cibo è fonte di nutrimento emozionale e fisico, lo testimonia il legame unico che si crea tra madre e figlio durante la poppata. Per superare questi momenti con successo è bene porre l’attenzione sul reale disagio espresso e cercare di rispondere a quello: in questo caso il piccolo aveva bisogno di trovare sicurezza e capire che l’affetto di mamma nei suoi confronti non era affatto cambiato, l’unico cambiamento era la routine quotidiana! Trovate le strategie per trasmettere al bambino questo messaggio, anche i momenti del pasto hanno riacquistato la loro serenità.
Dott.ssa Milena Giacobbe
Psicologa dell’età evolutiva
Viale Dante, 20 Novara
Cel. 348.3173462

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