“In cammino” – parte 2, il racconto di Avantage Jr Samuele Goury

CAPITOLO 2

2- Nell’ignoranza più totale di quello che stessi facendo, di dove sarei stato e quanto tempo avrei passato via, sono partito. Due compagni di viaggio, di cui conoscevo solo uno, un mio vecchio amico, nonché compagno di calcio, il mio capitano… Avete presente Paolo Maldini? Ecco, rimpicciolite fino a proiettare lo stesso animo gentile e generoso in un piccolo campetto di provincia e avrete una persona meravigliosa di nome Stefano. Ragazzo timido e solare, mente strabiliante, ingegnere, laureato al politecnico di Milano e dotato di un cuore grande tanto quanto la sua temperanza. A modo e corretto, tanto speciale che ereditare la sua fascia da capitano fu una delle cose più difficili della mia vita, un peso tanto grande che alla fine dovemmo condividere in due, tre e non bastammo nemmeno… Ma questa è tutta un’altra storia.

Insieme a me e Stefano c’era Salvatore, un arbitro (questo già la dice tutta), scherzo, ragazzo sempre allegro e divertente, sveglio e ambizioso, unico problema, una relazione con la sua ex ragazza, tutta da definire; insomma un bel trio pronto, per non si sa bene che cosa, ma pronto.

Fu surreale fin da subito, utilizzare blablacar da Madrid e trovare un passaggio per Ponferrada fu surreale. Il fatto che ci accompagnò un’ agente di polizia fuori servizio, fu surreale. Così come fu surreale l’enorme distesa gialla tutt’attorno a Madrid, steppe quasi desertiche, terra collinare che diede un certo significato al giallo e al rosso della bandiera spagnola, ma che comunque mi lasciò alquanto indispettito. È che proprio non mi aspettavo quella terra infuocata che circonda la meseta madrileña e che dava un tono meno metropolitano e più malinconico e isolato.

Non so se fu la voglia di arrivare ma il viaggio mi sembrò lunghissimo. Ci impiegammo più di quattro ore, lasciandoci alle spalle i paesaggi desertici della Castilla, finalmente giungemmo nella “Spagna verde”, che non è rappresentata da nessuna tonalità di colore sulla bandiera nazionale, quasi a rimarcare l’eco di una situazione politica frastagliata, segnata dalla guerra civile che non smette di riproporre lampi minacciosi all’orizzonte dei confini di uno Stato accentrato che di fatto si aggrappa con fatica alle redini ereditate da Franco, ma che pullula di focolai indipendentisti.

Ponferrada nella regione di Léon, ci accolse come una madre accoglie un figlio di ritorno dalla prima vacanza solitaria fuori casa. Non esagero, siamo entrati nella parrocchia di San Nicolás de Flue dove ci è stato offerta una bevanda fresca, inoltre ci hanno subito proposto la possibilità di un eventuale servizio gratuito di massaggi o altri esercizi terapeutici da parte di ragazzi della università Miguel Hernández. Nonostante fossimo al km 0, è sembrato troppo allettante perché potessimo dire di no ed è parso altrettanto funzionale dal classico punto di vista di: “partire nel verso giusto”. Salvatore all’assalto del massaggio causa di un risentimento muscolare alla schiena portatosi dall’Italia, io e Stefano decidemmo di  provare l’esperienza degli esercizi terapeutici proposti dalle universitarie. Ci fecero togliere la maglietta (tranquilli niente di osceno) operarono delle lievi pressioni lungo la schiena, passarono su e giù accarezzando la pelle prima con le dita, poi con delle piume, infine con degli strumenti che rilasciavano delle gocce d’acqua finissime, il tutto ascoltando delle riproduzioni musicali soavi e rilassanti. Passammo in seguito a dipingere con le dita ciò che in quel momento ci sentivamo di riprodurre e finimmo col rispondere a qualche domanda. Alla fine dell’attività io e Stefano eravamo divertiti e rilassati, ci regalarono addirittura una maglietta a cambio di un’offerta.

Gli esercizi ci avevano distratti da ciò che sembrava un lazzaretto, lo scenario che animava questa antica parrocchia era fatto di gente stravolta dalla fatica, acciaccata, esausta fisicamente e psicologicamente, visi eloquenti che con uno sguardo solo sapevano trasmetterti il peso di un’avventura intensa da tutti i punti di vista. Bollettino di guerra in cui ci sentivamo spaesati, una freschezza fuori luogo, tre individui pimpanti di aspettative, catapultati all’interno di un lazzaretto. Prima di andare a fare la spesa, lasciammo gli zaini in camera e vi trovammo un coinquilino, dormiente, sicuramente stravolto dalla fatica in cerca di ricovero nel riposo.

Avevamo ben in mente quale sarebbe stata “l’ultima cena” prima dell’esodo: la carbonara, classica bomba ipercalorica che ci avrebbe procurato un pieno di energia. Rientrammo in parrocchia e girammo nel suo giardino, mi ricordo il rispetto, la cordialità e il silenzio reverenziale frastornavano gli occhi e ci sentivamo un po’ fuori luogo perché non avevamo fatto ancora un passo. Passeggiando facemmo conoscenza e amicizia con un ragazzo della nostra età. Un tipo stravagante e iperattivo, si chiamava Andrea e ci raccontò tutto ciò che gli era successo in quell’avventura: era rimasto solo, i suoi amici si erano dovuti fermare e rallentare il loro percorso a causa di vari infortuni, vesciche e stiramenti muscolari la causa che avevano costretto “il sopravvissuto” a un proseguimento in solitaria del cammino. Fu come se in noi avesse ritrovato i suoi compagni, infatti decise di unirsi al nostro gruppo e sigillammo questa nuova amicizia come solevano fare gli antichi nativo-americani: con fuoco e fumo.

Le ultime luci del giorno ci furono utili per visitare una vecchia cappella carmelitana vicino alla parrocchia. Quello stile romanico con le sue pietre accatastate l’una sull’altra fece da innesco a un viaggio nel tempo che era già cominciato, forse anche perché il fumo di Andrea cominciava a fare effetto.

Ci recammo in cucina e vi trovammo due ragazze, italiane, liguri, stremate e biasimanti lo sforzo della giornata. Attaccammo subito bottone e in un men’ che non si dica, avevamo già raggiunto un livello confidenziale non indifferente. Silvia e Marta si fecero coccolare dalla nostra carbonara e la nostra simpatia servì da effetto terapeutico per alleviare le loro fatiche. Rientrammo in camera e il nostro coinquilino dormiente, era sveglio, giusto il tempo di presentarsi: «piacere Piero», un’altra piccola dose di terrore derivante dalla sua esperienza fin lì e poi non ci fu che tempo per dormire. Prima di concludere vorrei porre l’accento su questo momento, si ripete ogni giorno, è il momento più magico del nostro ciclo giornaliero, l’ultimo istante in cui diveniamo i sequestratori di noi stessi e ci confiniamo in un limbo soffuso e confuso: la quiete prima della tempesta, gli ultimi attimi lucidi di una mente che sta per essere incantata da un sogno, eppure non ci fa caso, è troppo distratta dall’immaginazione di un’avventura che sta per cominciare. L’idea domani lascerà spazio alla realtà, mentre il sonno oggi ha già spento la luce del mondo e la fantasia ha acceso i riflettori dell’universo nascosto dentro di noi.

di Avantage Jr Samuele Goury

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