” PERCHE’ “, il 6 capitolo del racconto di Avantage Jr Samuele Goury

Arrivato a questo punto tutto quell’insieme di pensieri era servito da innesco a una bomba a orologeria che sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro, avevo aperto la porta alle voci dentro la mia testa e non sapevo più come chiuderla e non ero neanche sicuro volessi porvi fine. Ancora oggi quella porta rimane aperta all’ascolto di una risposta, la mia! Già, quello che non ho detto sul “perché” è che prevede un unico interprete, se stessi. E allora ecco che mi presento a voi come mi presentai a me stesso, piacere ritrovato della scoperta di sé e di ciò che ci circonda. Quel non fare altro che camminare e camminare, un passo dopo l’altro, aveva annullato le distrazioni che allontanano dalla testa troppo a lungo, anzi la natura che ti circonda facilita questo processo di conoscenza del proprio Io e aiuta la mente a riproporre i problemi giorno dopo giorno. Di modo che ciò che più ti affligge nel profondo si fonde con la fatica e si fa più presente, più incidente nei tuoi pensieri, una tortura quotidiana di uno schiavo rinchiuso all’interno del suo castello mentale, ma proprio grazie a questo scorrere inesorabile dei giorni, questa afflizione diventa l’unico passatempo possibile in quel noioso e ripetitivo susseguirsi di passi. Inizi a studiare il tuo castello, è sempre stato lì, è tuo, eppure non lo conosci più, nonostante sia cresciuto con te, hai cambiato troppi architetti e troppe volte hai soggiornato altrove, mentre lì continuava a crescere il numero di stanze e di passaggi segreti. Le vie di fuga ti sono quasi sconosciute e questa è la cosa che più ti spaventa, troppe varianti ti fanno perdere. Il castello, che da piccolo era il posto più magico e incantato dove giocare, ora si è trasformato in una trappola mortale.

Quella salita affliggeva allo stesso modo e nello stesso momento il mio fisico, come un pugile che ti lavora ai fianchi, come un esercito che ti attacca su più fronti, arrancavo in avanzamento cercando di resistere alle cariche, cercando di non farmi abbattere, di non cadere. Un passo alla volta e ancora uno, ma il traguardo non si faceva più vicino, non lo si poteva neppure scorgere su una linea dell’orizzonte tradita dalla pendenza, ma con un orizzonte degli eventi che avrebbe, di li a poco, rivoluzionato la percezione della stanchezza.

Ecco riproporsi l’occasione di un altro scontro dialettico, proprio qui, nel momento meno opportuno, un altro duello, questa volta in solitaria, senza arbitri ne garanti, perché il destino aveva plasmato la salita di modo che facilitasse non chi fosse più allenato ma chi fosse più preparato e non intendo fisicamente, parlo della forza mentale che il più delle volte è il dettaglio che fa la differenza. Fu così che ci ritrovammo in testa al gruppo, io e Piero-Pietro, distanziati di qualche lunghezza dagli altri che arrancavano visibilmente provati, lo eravamo un po’ tutti, ma io e lui proseguivamo disinvolti dalla distrazione di una discussione in cui i due combattenti stavano generosamente rischiando fiato per la gloria dei loro pensieri. Fu a oggi lo scontro dialettico più difficile probabilmente, sicuramente il più importante che dovetti mai far fronte, perlomeno per me. Piero-Pietro era davvero una macchina da guerra letale che era pronta a dar la vita in nome della fisica, della tecnica, insomma della Scienza. Rispondeva con contrattacchi ai miei output filosofici con una rapidità tanto disarmante che non solo faceva pendere le sorti del risultato dalla sua parte ma i suoi sunti minavano inevitabilmente le fondamenta del mio castello. Ma proprio quando stavo per cedere, successe che in un miracolato colpo di reni filosofico, il credo rafforzò l’intelletto che in un lampo frutto una dialettica disinvolta e i contrattacchi di Piero\Pietro furono sventati con dei colpi a effetto e frasi pungenti che misero fuori combattimento l’inerzia dell’ingegnere. Successe che utilizzai inconsciamente il metodo del grande Socrate e passai dall’espressione della teoria all’interrogazione cosicché i suoi punti di forza divennero punti deboli e le sue teorie scientifiche si palesarono più teoriche che scientifiche. Teorie appunto che valgono fin dove non vengano smentite da altre teorie, ancora. Utilizzai tutta la retorica di una domanda che questiona la differenza tra una tesi scientifica e un dogma religioso, più come diversivo, di modo che potesse abbassare quel tanto che bastava la sua guardia per poter sferrare d’assalto, l’attacco finale.

Il Perché; il determinativo è necessario perché le domande erano finite ed era arrivato il momento di spiegare tutto il lato magico di una Vita che come ho già detto non si vuole arrendere ai confini della comprensione umana, ma scappa come fanno i bambini quando si rincorrono.

Il senso a tutto ciò che di bello e di brutto ci circonda non è alla portata della Scienza, che si limita a descriverne il funzionamento. La matematica, l’astronomia, la fisica e la chimica si limitano a catalogare, descrivere e calcolare il meccanismo della natura che ci circonda ma mai potranno svelarne il Perché.

Al contrario la filosofia, la religione, un credo, un’idea, anche una sola impressione, difficilmente riusciranno a riprodurre il corretto andamento delle cose, ma tutto serve per interpretare l’immagine codificata che ci appare davanti, tutto serve. Tutto è complementare

Il perché non lo conosce il bambino che pensa solo a correre, non lo conosce l’uomo di certo che neanche se lo domanda più, e spero non lo conoscerà mai l’umanità, per il bene del bambino che continua a correre, dell’adulto che consapevolmente sa di non dover smettere di far domande e per tutta la magia che la Vita conserva all’interno della sua essenza.

Il colpo finale fu pressappoco questo, per ragioni di spazio, di tempo e di rispetto di un interlocutore che ancora una volta mi lascia da solo, sul palcoscenico della scrittura, dobbiamo accontentarci di una sintesi. Così come io mi dovetti accontentare della resa silenziosa di un ingegnere che per la prima volta si rese conto che gli strumenti della tecnica non gli sarebbero valsi a nulla contro la profondità non di un significato bensì del significato. Quel giorno imparai un’altra cosa, un’altra deduzione che servirà a voi come tessera di un puzzle che completeremo sul finire di questa avventura, ma che aiuta per fare un altro passo verso la comprensione di quello che svelerò pienamente solo più in là, ora non potrete avere tutto, perché nella vita non si può avere tutto, ed ecco cosa imparai quel giorno. Perché nella vita non si può avere tutto, e ancora una volta perché non domandare…!…?

Si dice che chi tace acconsente e questa è la sola garanzia della vincita, Piero\Pietro me lo ricordo visibilmente colpito, con lo sguardo perso e assorto all’interno di una riflessione che fece da innesco a una esplosione chiassosamente muta che rimbombò al di sopra dello scricchiolio dei nostri passi sul pietrisco, era la demolizione incontrollata del suo castello mentale svelatosi fatto di carte giocate da un ente efficiente ma non sufficiente per mantenerlo stabile; e una raffica di domande volteggiava come avvoltoi sopra il crollo silenziosamente fragoroso di quell’edificio istituzionale. La densità dei suoi pensieri rallentò la sua andatura e fece spazio al mio vantaggio, mentre i miei si fecero largo e si fusero con la soddisfazione, insieme consolidarono e fortificarono il mio palazzo mentale. La verità è che esistono due mondi principali: quello naturale e quello artificiale, il secondo è una  illusione che ti incanta e rapisce polarizzando l’attenzione su di se, come un trucco di magia che per riuscire alla perfezione pretende lo sguardo in un punto mentre nell’altro si nasconde il trucco. In questo gioco di intenti il nostro trucco, l’artificio, ha nascosto il dettaglio più bello, quello naturale, tanto che la natura è diventata un esperienza esotica, l’abbiamo espulsa dalla concezione di habitat relegando, lei e noi, come separati in casa.

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