Psicologia: ADOLESCENZA, SOLITUDINE E APATIA

apatia
Il bellissimo quadro di Jimena Marín

La rubrica della dott.ssa Milena Giacobbe, psicologa dell’età evolutiva

ADOLESCENZA: quando un genitore sente questa parola, subito pensa alla ribellione, al figlio che passa più tempo in compagnia degli amici piuttosto che in casa, con tantissimi interessi e affamato di novità! Non sempre, però, questa immagine corrisponde alla realtà.

Alcuni giovani, infatti, si comportano esattamente in modo contrario: non escono quasi mai di casa se non per andare a scuola, la loro compagnia preferita è internet o la tv, sembrano tristi e svogliati.

Due facce della stessa medaglia?

È innegabile che il gruppo durante l’adolescenza sia il punto di riferimento in cui ri-conoscersi, ma per alcuni il gruppo diventa un muro che non si riesce ad abbattere o, addirittura, la fonte di giudizi duri e sprezzanti che portano alla scelta della solitudine e alla distruzione della propria autostima. Alla base della sensazione di solitudine spesso c’è l’insicurezza del bambino che sta per diventare uomo e che si sente solo non perché è solo, ma perché non si conosce nel gruppo e non trova nessuno in cui rispecchiarsi per cercare di ri-costruire se stesso. E, a volte, gli adolescenti perdono anche la voglia di spiegarsi e di cercare chi possa capirli.

Nella società odierna la difficoltà maggiore è quella di comunicare in maniera efficace e, soprattutto di comunicare i propri stati d’animo. È innegabile, infatti che l’adolescenza porti con se una buona dose di disagio, ma solo se i messaggi che i ragazzi rimangono inascoltati, questo disagio cresce fino a soffocarli. E allora una tendenza alla solitudine può trasformarsi in apatia, cioè alla diminuzione delle reazione di risposte emotive di fronte a situazioni ed eventi quotidiani.

I campanelli dall’allarme sono una sorta di indifferenza generale, una marcata pigrizia fisica e “mentale” (il non avere voglia di fare niente, insomma) e la mancanza di qualsiasi spirito di iniziativa che si prolungano nel tempo e che possono minare le basi dell’autostima. È importante in questi casi intervenire tempestivamente per evitare una sindrome depressiva.

In generale ai primi segnali di disagio, è bene cercare subito di instaurare un dialogo costruttivo con l’adolescente. Ciò non è facile perché spesso gli adolescenti non accettano consigli, reputandoli veri e propri giudizi. Allora mettersi in un atteggiamento di ascolto e comprensione può risolvere la situazione.

Altro tentativo è quello di spingere i giovani a trovare una soluzione ai propri problemi e spingerli a mettere in pratica ciò che è venuto loro in mente, senza preoccuparsi di sembrare  tipi “strambi”. Spingere i ragazzi a essere attivi non significa solamente farli “muovere”, ma fargli toccare con mano che provare, sperimentare, ideare e  conoscere è gratificante. Così scatterà anche la voglia di sperimentare se stessi e mettersi in gioco. Gli altri allora potranno finalmente vedere nel ragazzo scontroso e taciturno, un ottimo ascoltatore, un genio della matematica, un ottimo barzellettiere o chissà cosa altro ancora!

Psicologa dell’età evolutiva

Viale Buonarroti, 13 Novara

Cel. 348.3173462

 

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