Fortunato Giordano “Vita di un Suonatore”

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Il giardino degli aranci di Cristina Pace

E’ nato a Palermo al vicolo nuovo al capo, il 14 marzo del 1905, oggi avrebbe 111 anni 😉

Una storia tenera ed intensa che desideravo raccontarvi da molto tempo…

Erano tempi in cui si viveva di centesimi, grani, soldi, i suoi genitori avevano avuto ‘quasi’ 17 figli, diceva sempre quasi perché alcuni non erano nati vivi, erano altri tempi, quando l’amore era una cosa diversa ;).

Riuscì a completare la 5’elementare prima di perdere la sua mamma e prima che suo padre si ammalasse di malaria per cui cominciò a lavorare a 12 anni come “picciutteddu ‘i quacina” in un cantiere (ndr. lavorò come muratore).

Ai tempi non esistevano le sirene, ma Fortunato aveva una voce potente e che si trattasse della colazione, o della fine della giornata… era lui a gridare: “A mancià-a-aa-ri!”.

Ricevette la sua prima chitarra come regalo per i morti (è tradizione infatti qui in Sicilia, fare dei regali ai ‘Picciriddi’ (ndr. Ai ambini) per il due di novembre).

Iniziò a suonare e non smise mai più…

Tanti i mestieri che cambiò negli anni:

A 14 anni andò a fare il lavapiatti nella trattoria dei fratelli Bosco sotto la scalinata della Vucciria.

A 15 (siamo nel 1920) era l’aiuto elettricista al Teatro Olympia, dava le luci durante le canzoni e le sceneggiate. (Ndr. Il teatro venne abbattuto negli anni 50’ e sostituito dall’attuale palazzo).

A 17 venne assunto come apprendista da Ducrot, dove entrava il legno ed uscivano le navi, diventando in breve tempo un operaio specializzato.

Nel 1928 conobbe un suonatore di Triunfi, inteso l’Abbucaticchiu, che stava al vicolo Scippateste, era analfabeta ma era una potenza.

Aveva un archivio, era grammatico! Però aveva un difettuccio: era tirchio (avaro)”.

l’Abbucaticchiu suonava il violino, accompagnato dal figlio alla chitarra.

Un gruppo di suonatori ai tempi era composto da 3 persone, ma nessuno voleva andare con lui… perché pagava poco…

Un giorno mi disse: <<Vo’ veniri cu mia a fari i triunfi? Ti dugnu3 liri a triunfu>> ci andai, lui cantava e io imparavo, incameravo.”

Fortunato non si perse l’occasione, sempre 3 liri furono, persino quando sorprese il maestro prendendo l’iniziativa e cantando senza permesso 😉

l’Abbucaticchiu era solito pagarlo in spicci (monete piccole tipo i centesimi di euro odierni) e nel giorno di paga ripeteva sempre: << U vidi quantu picciuli ti stai purtanno?>>.

Nel 1931 compose ‘Palermu è nu villinu, un brano che incitava alla speranza dopo l’alluvione di Palermo, dai toni vagamente napoletani nasceva come controreazione alla canzone del Catania che narrava che la pioggia non finiva mai, che deprimeva i palermitani…

Facciamo un salto indietro al 1929… che è una delle parti della storia che preferisco…

Fortunato si era nel frattempo sposato…

Nel 1929 dava lezioni di chitarra e mandolino a due sorelle.

La madre avrebbe voluto che sposasse una delle due.

In una delle pareti della casa, c’era appeso un ritratto di famiglia, dove insieme alle due ragazze appariva un’altra fanciulla.

Io risposi <<Si, sono tutte belle, ma c’è n’è una che è la più bella>>.

Non era una delle figlie, bensì la nipote, Giovanna Chiarenza, sono stati sposati per 70 meravigliosi anni.

Era il 1935 quando venne licenziato dalla Ducrot a causa della crisi.

Fu allora che iniziò a fare il suonatore di mestiere i suoi compagni erano Paolino Arrisicato, Salvatore Pennisi e Totò Cusenza.

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Seguirono le chiamate alla Rai, Fortunato ed i suoi compari formarono il gruppo ‘ Sicilia Canta’.

Seguirono gli impieghi al Cinema Gaudium e al tribunale dei minori, che fecero da sfondo alla sua carriera artistica.

Nonostante le cataratte lo avessero reso completamente cieco, lui non ha mai smesso di suonare e di essere uno dei protagonisti indiscussi della scena siciliana.

Triunfi, novene, festini di Santa Rosalia, Fortunato ha campato e sfamato la sua famiglia ed i suoi 4 figli attraverso il suo talento, lui è l’ultimo cantastorie siciliano, ma la tradizione non si è spenta con lui, una delle sue figlie insieme alla sua di figlia (alias la nipote di Fortunato) ha portato avanti la tradizione per decenni, facendo rivivere il fervore ed il talento del padre.

Non mi sono mai operato, perché nel mio caso, l’operazione è difficile. Preferisco restare come sono. Vedo la luce ed i colori. La mattina mi alzo molto presto, anche alle 3, vado in cucina, accendo il cerino, perché la fiammella la vedo e così accendo il fornello. Faccio il caffè e lo porto io stesso a mia moglie, a letto. Poi viene l’alba e io la vedo arrivare, riconosco il suo chiarore.”

Il mio bisononno Fortunato e la mia bisnonna Giovanna, di albe ne hanno viste tante, si sono amati per una vita, ho tanti ricordi gioiosi legati a loro e mi mancano davvero tanto.

Vi lascio con due chicce familiari: mio nonno giocava le schedine delle partite di calcio, gliele compilavamo noi: << Nonno che metto roma- samp? ‘X’>>.

La Bisnonna cucinava da Dio, in tutta la famiglia solo mia madre riesce a riprodurre quei piatti 😉 io continuo solo a bruciacchiarli…

Cristina Pace

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