“Ascesa al regno degli immortali”,il romanzo del maestro Alessandro Pierfederici

Introduzione alla lettura di Alessandro Pierfederici:

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“All’asserzione di James Joyce, secondo cui “ogni scrittore è l’autore di un solo romanzo”, mi sentirei di aggiungere che, in tutte le opere di ogni narratore, il tema principale, quando non l’unico, pur attraverso infinite sfaccettature, è la rappresentazione, volontaria o involontaria che sia, della sua stessa vita, l’unica realtà di cui può a ragione vantare una minima conoscenza. Ogni atto di scrittura diventa uno studio di sé, e spesso anche la rivelazione di una nuova identità. Siamo costretti a riscoprire ciò che è stato, ciò che rimane e ciò che si conosce della nostra esistenza; ma, ancor di più, ciò che non sappiamo di essere stati, ciò che non conosciamo e tuttavia portiamo dentro di noi, ciò che abbiamo perso, forse irrimediabilmente, e che, per un incomprensibile processo emotivo e poetico, finisce per essere lo stimolo maggiore alla creatività.

La vita è creazione, giorno dopo giorno; scrivere è mettere in discussione la vita, anche quella altrui, attraverso la nostra, in omaggio a quel principio scientifico per cui è sufficiente studiare un fenomeno per cambiarlo: ogni racconto è tanto autobiografico quanto immaginato; ed anche ciò che in apparenza sembra più estraneo al nostro modo di essere, quando rinasce nella scrittura, viene acquisito, rivissuto, ricreato fino a diventare parte dell’esistenza di chi scrive.

Non posso sorprendermi, dunque, di aver inaspettatamente fatto la conoscenza, un giorno, di uno scrittore, che ancora oggi ricorda il momento in cui, da bambino, entrò in quella che sarebbe diventata la sua prima scuola di musica: un palazzo antico nel centro della città; un salone enorme al termine di una larga scalinata cui si accedeva da un oscuro, polveroso ingresso; tante stanze, alcune davvero minuscole, e corridoi strettissimi, cunicoli quasi; le finestre sempre chiuse, nascoste dietro pesanti tendaggi, un senso di cupo mistero attorno a quel silenzio, interrotto da suoni sinistri che giungevano da luoghi sconosciuti. E non un pensiero per ciò che era stato quel palazzo, non un pensiero per la storia e per quanto vi poteva essere accaduto: quella sarebbe stata una conquista dell’età più matura. In quel momento c’era solo il cupo terrore di quei muri oscuri, di quelle stanze frequentate solo alla sera, con una luce flebile e gelida, di quel luogo ignoto percorso da volti altrettanto ignoti, da un’atmosfera severa, quasi il nostro futuro narratore stesse tentando un assalto ad un luogo munito, o fosse un ladro venuto di nascosto ad impadronirsi di qualcosa custodito gelosamente dai suoi inflessibili guardiani.

L’oscurità, l’inconscia delusione, l’amarezza, con cui la musica entrò la prima volta nella vita di quel bambino, rimasero da allora segnate nella sua anima.
Da quel momento l’arte dei suoni, compagna costante della sua vita, divenne anche l’oggetto misterioso, amato, odiato, voluto, fuggito, esaltato, rifiutato, l’oggetto inafferrabile, come inafferrabile è l’essenza stessa della creazione. E quando, da ragazzo, egli volle farsi forte di quell’arte, per dimostrare il suo talento; quando attese invano che qualcuno a cui pensava venisse a sentirlo suonare, la musica divenne l’unico rifugio: quell’arte, che non era servita a conquistare la vita, divenne l’asilo fuori dalla vita.

Un giorno entrò nella sua esistenza un profondo affetto, che gli fece dimenticare ogni delusione ed ogni conquista del passato, e quel sogno d’amore gli aprì le porte di una musica, una storia, una letteratura mai conosciute prima. Quei luoghi, che erano stati solo un vuoto nome affondato in vaghi ricordi infantili o sogni della prima adolescenza, divennero reali: brevi e ripetuti viaggi notturni a Vienna; ore passate a guardare il cielo e l’orizzonte verso il paese dove abitava colei che aveva acceso quel fuoco, e dove la fantasia iniziava a immaginare vicende e sentimenti; e intanto nomi di scrittori e poeti, mai uditi in precedenza, divennero da allora suoi fedeli compagni di viaggio. Proprio in quegli anni, questo inquieto e tormentato studente scoprì anche la musica di quello stesso mondo: viveva nel passato sognando l’amore del presente; viveva nel presente sognando quel tempo non lontano, di cui sentiva su di sé ancora l’alito possente e il cupo presentimento di una prossima tragedia. Mentre quel sogno d’amore finiva nell’amarezza di una perdita definitiva, simile ad una voce che usciva per sempre dal coro della sua vita, per un curioso gioco del destino, i luoghi, lo spirito, la storia di quel mondo e di quell’epoca che tale amore gli aveva fatto scoprire, entrarono nella sua anima con una passione irresistibile e vi rimasero per sempre, diventando parte di lui, quasi l’estremo ricordo di un’altra vita, o forse il disperato bisogno di far sopravvivere quell’illusione così presto svanita: leggere, raccontare, sognare, suonare. E la vita andava avanti e scriveva ella stessa, senza che egli lo sapesse, un romanzo misterioso, sconosciuto, segreto, finché un giorno quelle poche pagine di tanto tempo prima rinacquero, fiorirono come una pianta rimasta a lungo nel silenzio di un inverno gelido, coperta dalla neve dell’esistenza di ogni giorno. Un ramo dopo l’altro, quella pianta si coprì di verdi foglie e di fiori variopinti e profumati.

Il padre di quelle pagine le vide crescere sotto di lui, senza poter far altro che osservare una nuova vita, riportare alla luce memorie che non sapeva di avere, stupirsi di sé stesso e smarrirsi in un mondo che era stato sempre dentro di lui, ma che ora prendeva la forma di una storia: una storia il cui spirito e la cui anima sono profondamente veri, ma anche una storia totalmente inventata, se si eccettua un solo episodio: la prima esecuzione a Trieste dell’intero ciclo del “Ring des Nibelungen” di Richard Wagner, avvenuto al Politeama Rossetti nel maggio 1883, pochi mesi dopo la morte del grande compositore.
L’autore viveva dunque la sua esistenza, ma anche quella dei suoi protagonisti, e, dall’immensa voragine delle memorie e delle esperienze, delle conoscenze e delle emozioni, riemerse una Belle Epoque diafana, quasi spettrale, lontana da lui quanto lo sono le immagini e le visioni del ricordo, grigie, talora monocrome, velate dalla polvere del tempo. Su questo sfondo, come su ogni momento della storia dell’uomo e della vita di ciascuno, incombe costantemente l’incubo, la paura della fine – parola orribile che vorremmo cancellare dal vocabolario o invece estrema salvezza dopo l’enorme pena dell’esistenza?
“La morte si sconta vivendo” scrisse un grandissimo poeta, proprio nei giorni di quella tragica fine.

L’incubo, evocato da parole profetiche, da visioni inquietanti della natura e di città fantasma immerse nella loro alienante immobilità ed apatia, incombe come una spada di Damocle: fra la Trieste mitteleuropea a cavallo dei due secoli e la splendida decadenza di una Vienna inconsapevole della secolare tragedia incombente, si svolge il dramma della solitudine inguaribile di un musicista votato fin dall’infanzia alla ricerca di un’arte ideale, che incarni una missione redentrice per il mondo del suo tempo e, più ancora, per sé stesso. Questo è il dramma dell’inconciliabilità di reale e ideale: l’artista si astrae dalla realtà alla ricerca di un simbolico fuoco sacro interiore, sigillo supremo di colui che è destinato a restare nella storia, nel mondo della conoscenza, nel regno degli immortali; l’essere umano che è in lui, invece, avverte la necessità pressante di vivere in una realtà alla quale, però, si sente intimamente estraneo ed incapace di ricoprirvi un autentico ruolo sociale. Ma quella realtà invade fin dall’infanzia, con i suoi segnali funesti e allucinati, il nido sicuro che il protagonista, Anton, ha costruito dentro e fuori di sé.

Nutrimento della vita è la memoria, ciò che veramente e unicamente ci appartiene e che non può più essere cambiato, ma anche ciò che non conosciamo, e che ci accompagna costantemente: quante volte un profumo, un colore, un suono hanno acceso la fiamma del ricordo, proprio di quel ricordo, quell’emozione e quell’episodio che credevamo di aver dimenticato; e quante volte un ricordo tiene dietro all’altro in una successione infinita di legami, che ci portano lontanissimi dal punto di partenza.
Così, nella prima parte della storia, si susseguono rievocazioni di vicende infantili e giovanili che emergono alla coscienza di Anton durante un viaggio di ritorno a Trieste, in fuga da Vienna. Aspirazioni frustrate, amori troncati sul nascere, consapevolezza dolorosa dell’impossibilità a vivere nel mondo si alternano a momenti esaltanti di conoscenza della musica e di crescita interiore, senza che l’arte riesca però a trarre alimento dalla vita stessa, finché l’insoddisfazione di sé e l’incapacità di reagire alle delusioni portano il giovane protagonista a rifugiarsi in una lunga solitudine umana di quindici anni: il suo talento sembra destinato a tacere per sempre.

Ma il destino romanzesco – questo affascinante sovrano della fantasia, tanto distante dalla vita reale quanto prossimo ad essa – non poteva permettere che un cuore di tale sensibilità ed una vera, tormentata anima di artista, prescelta per una missione altissima, svanissero, perduti nel nulla; e tornò ad impossessarsi di loro, brutalmente, ferocemente.
La morte improvvisa della madre, che aveva sempre creduto in lui, scuote Anton dal suo torpore esistenziale e lo spinge, ormai adulto, a riprendere il suo percorso artistico.
Inizia da questo momento una progressiva ascesa interiore, alimentata dalle grandi esperienze della vita – la perdita di persone care; una fugace e tormentata passione che lo porta al tradimento del suo migliore amico; la conoscenza di una realtà sociale di miseria e abbandono, di fronte alla quale la sua arte sembra smarrirsi; l’illusione, folle e causa di follia per coloro che vi si alimentano, di poter cambiare la storia attraverso il messaggio di salvezza di una nuova arte redentrice, – un’ascesa che si nutre di meravigliose esecuzioni concertistiche e di un’attività compositiva che sembra aprire la strada a nuove conquiste; un’ascesa che non sarebbe stata possibile senza la presenza di guide illuminate, maestri di arte, di amore e di vita; un’ascesa che si fonda anche sull’amara scoperta della malattia fisica e morale: un male del corpo che è anche male di vivere e viceversa. Comincia quindi per Anton un lento distacco dalle illusioni del mondo, così come quell’epoca declina irrimediabilmente, e la musica diventa rifugio e percorso di scoperta di quel fuoco sacro, che con la sua luce potrà rivelare all’irrequieto e angosciato artista la vera natura del suo essere.
Quel fuoco sacro ha le sembianze di una giovane allieva, Laura, nella quale egli riconosce la sua stessa passione artistica, ardente e vera, e quello specchio lo rivela definitivamente a sé stesso: è il primo, vero amore, esaltante e vivificante, ma anche lacerante ed impossibile: ella non è destinata al passato ma al futuro, non ad Anton ma al suo unico allievo, colui che ne riceverà l’eredità artistica e spirituale.
Il giorno in cui svanisce quell’estrema illusione è anche il giorno dell’ultimo concerto: la musica rievoca l’inquieta vicenda umana di Anton, segnata dalla consapevolezza che non esiste felicità che non sia seguita dal dolore e, continuando a risuonare in lui, lo accompagna nel suo cammino, fisico e interiore, di conoscenza suprema di sé, rivelazione dell’identità assoluta di arte, vita e morte.
È questa rivelazione che getta un ponte verso la dignità di ogni essere umano che abbia percorso questa terra, condotto, dalla consapevolezza della sua autentica realtà, alla perenne memoria della storia, là dove l’ininterrotta catena di anelli, con cui si alternano gioia e dolore, avrà il suo ultimo anello di felicità unito al muro dell’eternità.

Colui che ha dato ad Anton una parte essenziale della propria anima sa quanto sia difficile irrigare l’arido deserto di una realtà vuota ed alienante, sulla quale incombe ad ogni istante, allora come oggi, lo spettro di una fine, per farne sbocciare un insegnamento che vada oltre i limiti temporali di una vita e di un’epoca. L’apparentemente insanabile frattura tra l’aspirazione ideale e la crudezza del reale (che si manifesta nel rifiuto che le esigenze materiali, di allora come di oggi, oppongono ad una ricerca interiore che dia un senso alla vita, oltre il presente e l’effimero) può essere saldata dalla conquista della propria identità e verità umana: e non è una via riservata solo agli artisti, alle menti illuminate, agli intellettuali, ma anche a tutti coloro che intimamente e sinceramente inseguono e riconoscono la propria realtà: la vera missione di una vera esistenza.
Ancora una volta, la soluzione è nell’anima dell’uomo: solo chi riesce a distinguere ciò che veramente è e ciò che deve fare, compie il passo supremo che lo pone in condizione di vivere oltre i limiti del tempo: chiunque abbia trovato sé stesso e il proprio ruolo ascende al regno della memoria eterna, perché anche grazie a lui, tessera indispensabile di un enorme, complesso mosaico, altri mondi ed altre epoche sono subentrati o subentreranno nella storia dell’umanità.

Tutti i nomi e cognomi di questa storia, italiani, austriaci o tedeschi e slavi, sono stati scelti fra quelli esistenti all’epoca nei luoghi delle vicende, e in nessun caso si riferiscono o sono riconducibili direttamente o indirettamente a persone realmente vissute e vicende realmente avvenute. Anche quando, per necessità narrative, vengono attribuiti ad un personaggio un nome o un cognome appartenenti a persone esistenti, a quel tempo o ancora oggi, o vicende affini a qualcosa di veramente accaduto, il tutto è frutto unicamente di fantasia.
Anche le vicende narrate, con l’eccezione di cui sopra, sono completamente inventate, pur inserite in luoghi immaginati come veri: qualcuno potrà forse riconoscere le sale dei concerti o i palazzi, i vicoli, i viali, e forse anche i paesaggi naturali in cui si svolgono talora alcuni episodi.

Non è un romanzo storico, ma si alimenta dello spirito di un’epoca, uno spirito che ritorna sempre in ogni momento della lunga vicenda umana: un mondo che finisce e tanti individui sensibili, coraggiosi, impegnati, che sentono il dovere e la missione di salvare quanto rimane dalla sua inevitabile decadenza, allora come oggi.
Non è un romanzo veramente psicologico o filosofico, o forse appartiene ad entrambe le categorie, poiché cerca di cogliere nella multiforme umanità, che in un modo o nell’altro tenta di fronteggiare la consapevolezza della propria fine, una possibile risposta alla realtà della vita e della storia, un tentativo di capire perché siamo qui, cosa dobbiamo fare e dove ci porta un destino cosmico che non ci è dato intendere: solo conoscendo da dove veniamo (i nostri ricordi, coscienti o meno) e comprendendo chi siamo realmente – la nostra vera, unica, irripetibile ed indispensabile identità – avremo una risposta, forse l’unica risposta possibile, al grande mistero dell’esistenza, nostra e dell’intero universo.”

Alessandro Pierfederici

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