“Buen camino”, gli ultimi due capitoli dell’autobiografico racconto sull’appassionante viaggio di Samuele Avantage Goury

ALLA FINE…

Mi spiace non aver potuto raccontare di più, tutti i momenti, gli aneddoti e le esperienze che abbiamo passato io e i miei compagni di viaggio avrebbero meritato un omaggio più completo, così come avrei dovuto mostrare più precisione rispetto allo spettacolo naturale che si concretizzò davanti, ma penso con convinzione che ci siano cose che vanno scritte e altre che vanno viste con i propri occhi, motivo per cui ho ritenuto più funzionale cercare di trasmettere tutta quell’esplosione emozionale e filosofica che accompagnò e scandì i passi lungo il percorso, piuttosto che trascinare e costringere l’attimo fuggente di un immagine variopinta che colpisce l’animo e non il lettore, all’interno di una dimensione di caratteri in bianco e nero. Così come sono convinto che ci siano situazioni e talvolta persone che meritano di essere vissute…

Mi ricordo la frenesia di quell’ultima camminata che sembrava infinita, forse ero io che la rendevo eterna, certamente non aiutava l’approccio di quel giorno: giravo ogni angolo del percorso come fosse l’ultimo e venivo ripetutamente deluso da un altro segmento, un altro sentiero, un altro albero, un altro passo… Sono fatto così, impazienza come principio d’esistenza e infatti non seppi controllarmi, salutai i miei compagni con un arrivederci a Santiago e aumentai il ritmo perché non sapevo tenere il passo della spensieratezza e iniziai a camminare come stessi cavalcando sulle mie gambe.

Ero talmente ansioso che il mondo attorno mi sembrava ruotare più piano, quasi a rallentatore, mi sentii stupido, malinconico e solo. Quando doppiai un gruppo di ragazzi sorridenti che procedevano assieme, mi ricordai dei miei compagni di viaggio, pensai di aspettarli ma ancora una volta la frenesia e l’impazienza ricacciarono il senso nostalgico e mi fecero proseguire rapido come il Bianconiglio all’appuntamento col destino nel paese delle meraviglie.

Arrivai per primo, una collina verde, l’ultima, la più grande, dominava la città di Santiago. Una grande scultura e una piccola chiesetta crearono una contraddizione nel mio stato d’animo che fece da contatto per un’esplosione di gioia per il traguardo raggiunto e una malinconica gratitudine per tutto ciò che potevo dire di avere o avere avuto nel percorso chiamato vita. Sorrisi e pianti si susseguirono come se l’anima avesse trascinato il corpo all’interno di un universo in cui la coerenza non aveva significato. Una sensazione assoluta di un’intensità tanto sublime che non potèi resistervi a lungo e caddi come svenuto in un sonno profondo che finalmente azzerò le mie preoccupazioni..

Mi svegliò lo squillo di un telefono, il mio; Stefano: «oh! Ma dove sei? Siamo davanti alla cattedrale, pensavamo di trovarti qui». Mi guardai attorno e mi resi conto che non ero proprio arrivato a destinazione, per un attimo mi sentii perso e spaesato, ma il vuoto causato da quella detonazione di emozioni, insieme al riposo rigenerativo, mi avevano caricato di stimoli tanto che sbagliai strada e allungai di un cateto e un’ipotenusa.

Arrivai per ultimo, la Praza do Obradoiro colma di gente proveniente da tutto il mondo, contorno aureo di monoliti accatastati accoglieva la nostra soddisfazione e complimentava le nostre fatiche. Mi ricordo una piazza piena di sorrisi splendere al sole, un rincorrersi di sguardi che cercavano di compiacersi nello specchio di un viso altrui, una connessione totale con il contesto che ti circonda e una moltitudine di zaini che rompeva la trasmissione medievale di Santiago e della sua città vecchia. Uno dei centri storici più belli mai visti, si aprì ai nostri passi che non erano più quelli di una marcia bensì di una parata. Non vi cercherò invano di descrivere una gioia che non può trovare giustizia tra le catene di una parola, ecco l’ho fatto! Ma solo per legittimare un momento storico che, alla sera, celebrammo con una festa sregolata e liberatoria nel quartiere periferico della città, l’ultimo ostello nel quale alloggiammo.

Ed eccoci qui, arrivati alla fine penserete… Non così in fretta, noi eravamo soltanto la testa di carovana lunga più di ventiquattro ore, una comitiva internazionale che si completò il giorno seguente. Un gruppo in cui la diversità non generava paura ma costituiva un valore aggiunto, un’espressione fiera e peculiare, un timbro che distingueva e univa nello stesso momento. Silvia, Marianna, Lupo, Checco, Piero-Pietro, Antonio e tanti altri amici provenienti da tutto il mondo, persone che neanche conoscevamo andarono a perfezionare i posti a tavola da aggiungere.

La sera del tre di agosto del 2017, una catena di conoscenze si annodò tra i tavoli di un ristorante in Praza de Cervantes nella “zona vieja” di Santiago de Compostela. Una cena magnifica per commemorare un’esperienza totale. Disinibiti dalla gioia ci lasciammo inebriare dal vino “tinto”, come dicono in Spagna, di un rosso fuoco che accese la notte, le sue voglie e i suoi piaceri. Ed eccola la Santiago notturna che si cela dietro la solennità e la riverenza delle sue cattedrali, esplodere di musica libera che ti sorprende come sorprese noi all’uscita dal locale. Piazza gremita ai piedi di un palco che stava sprigionando folklore africano, una band dal Ghana stava dettando il ritmo della malizia che provocava movenze e la gravità non poté nulla contro quello scambio contagioso e interattivo di energia che la danza sublimava. Ci tuffammo insieme in quello che era uno spettacolo globale, per artisti, pubblico e per un umore sincronizzato da quei quattro ragazzi che infaticabili continuavano a regalar note e vibrazioni alla luna e ci sentimmo ribollire di adrenalina e di emozioni indescrivibili, era come se invece di toccare i loro strumenti toccassero dei fili invisibili che guidavano le nostre intenzioni. Ballavano come burattini di uno spettacolo di marionette che andava oltre il palco. Ballavano tutti perché rimanere fermi quella sera significava macchiarsi di un crimine contro la felicità. Ballavano tutti, mi girai a constatarlo…fu alla terza occhiata che lanciai alla folla che un vestito rosso ruppe il variegato ordinario e polarizzò la mia attenzione, mi invitò a osservare l’indossatrice che fu tanto pronta a incrociare lo sguardo quanto lesta nel distoglierlo. Mi girai altre tre volte per verificare il mio interesse e constatai che, forse, reciproco. Diciamo che a quel punto ero sicuro che fosse abbastanza carina e che mi avesse perlomeno notato. La musica tornò a essere la protagonista dei miei movimenti e per un po’ non la guardai, ma ciò non toglie che avesse polarizzato la mia attenzione, la mia mente continuava a proiettare l’immagine della sua espressione al centro dei miei pensieri, un ghigno gentile che aggiungeva consapevolezza alla sua grazia, un viso angelico faceva sì che il vestito venisse vestito e non viceversa, e proprio mentre mi trovavo assorto nella definizione di quella bellezza ecco che proprio la dama in questione mi si materializzò accanto e mi fece scacco e diventai matto nel saperla così vicino da sentirne il profumo aromatizzato al cocco, esotico come i lineamenti del suo viso, così vicino da constatare che quelle linee non facevano altro che addobbare il bagliore dei suoi occhi verdi, quanto mai speranza. Se prima ero stato colpito, ora affondavo immobile nell’ignoranza strategica, muto, chiesi aiuto a Stefano con un colpo di gomito e senza parole domandai se vedesse anche lui quell’angelo vestito d’inferno che volteggiava spensierato beffandosi della notte. La mia espressione dovette essere pari a un beato babbeo, perché Stefano potesse rispondere con una risata, ma ciò che veramente mi importava a quel punto era che non stessi sognando e che le miriadi di chilometri a piedi non mi stessero giocando un brutto scherzo e che quindi quella visione celeste non fosse frutto di un miraggio. Rinsavito dallo spavento pensai a come ingaggiare e pensai che le parole non fossero alleate in quel contesto bellico, la musica era troppo alta e non sapevo neanche che lingua parlasse, poi stava ballando e sarebbe stato un delitto fermare un corpo celeste che danza. Decisi che il metodo migliore per presentarmi fosse accompagnare la sua esibizione sincronizzando i miei movimenti con i suoi e offrire l’opportunità per un sorriso che lei accolse e ricambiò simmetricamente…

La ricordo davvero troppo bella e lo pensai in questo preciso momento in cui nella marea di gente ci ritrovammo lontani ed ebbi al mio fianco una sua amica, che sembrava meno impossibile e più alla portata. Continuo con il mio voto di sincerità, senza omettere particolari e confido che le mie intenzioni rigettavano sentimento ma bramavano emozioni, dei più bassi, puramente carnali. Ma lei riprese posizione nel mio destino distogliendo lo sguardo dall’istinto e innalzando le virtù e allora più che preso, quasi rapito dalle circostanze approcciai con il coraggio di chi non ha nulla da perdere e una sola via di fuga in quest’arte della guerra: quella di togliere ogni velo all’interrogazione, verificandone il dubbio. Si staccò dal suo gruppo di amiche, decisi allora di cogliere l’occasione e con determinazione la raggiunsi al bar pronto a offrirle da bere…si, peccato che tutto ciò che la voleva al bancone era una semplice penna che le sarebbe servita per farsi firmare l’album della band musicale. Potete immaginarvi l’imbarazzo, provai a raccogliere gli ultimi brandelli rimastimi di un coraggio ormai atrofizzato e le dissi che se voleva, dopo l’autografo, una birra l’avrebbe aspettata qui con me. Lei mi rispose alla veloce con un si di cortesia che non faceva intendere un reale interesse, con un colpo di coda dettato dall’orgoglio di un duellante alle soglie della sconfitta ma stante resiliente, le dissi in un fiero e chiaro inglese: «hai intenzione di tornare davvero o mi lascerai qui da solo come un cretino a scaldare la birra tra le mani?». Fu solo la risata che seppi generare ad attirare la sua attenzione, fu solo a partire da quel momento che mi prese davvero sul serio e solo in quell’istante decise di fermarsi e valutare l’offerta. Mi guardò scrutandomi dalla testa ai piedi mentre nello stesso attimo io pregavo tutti i cerchi del cielo che mi venisse concessa quell’opportunità. Alla fine di quella rapida risonanza magnetica, che mi parve durare ore, mi offrì una superficiale ma scherzosa promessa che avrebbe fatto ritorno. Passarono secoli, le birre si fecero tè, avrei potuto berle tutte e tue e chiederne altre tre, ma rimasi fermo, passivo, teso e contratto, pendente di una promessa che venne mantenuta. Tornò proprio quando mi ero ormai rassegnato all’idea di non vederla più. Fu una conversazione rapida che diede giusto il tempo di scambiare nomi e contatti telefonici, tanto che mi chiesi se non fosse tornata più per la birra che per me. Questo dilemma mi lasciò cupo e confuso, come il cielo di quella sera in cui nubi invisibili avevano oscurato le stelle e alternavano piccoli rovesci, acquoline provocatrici e scoraggianti. Non smisi di pensare a lei per tutto il resto di una serata che andava terminando. Anche la band sul palco aveva smesso di tuonare musica e ci recammo in un bar nella stessa piazza a riprendere fiato e a riparare da una pioggerellina malinconicamente serena che sembrava voler continuare la sua melodia in sincronia con il mio umore.

Il sottofondo musicale autoctono del locale gridava il suo orgoglio celtico, nessuna band, solo dei ragazzi che tra una birra e l’altra, tenevano il tempo all’ammaliante suono del violino di una ragazza ubriaca di musica. Mi sorprese quella distesa di birre sul tavolo, rigorosamente Estrella Galizia, sembravano aver ribaltato la volta celeste e liberato le stelle rubate dalle nubi. Proprio mentre mi gustavo quegl’ultimi colpi di musica prima di rincasare, ecco che venni catapultato contro ogni previsione nella migliore delle ipotesi possibile. Tamara, apparve a ricordarmi il suo nome sullo schermo del mio cellulare e mi scrisse chiedendomi dove fossi. Stentavo a credere che fosse stata lei a fare la prima mossa. Le segnalai la mia posizione e cercai di guadagnare tempo sulla voglia di rincasare del gruppo che aveva esaurito le proprie energie. Ma il tempo scorreva e lei non si faceva viva, e insieme all’ora era passata anche la mia voglia di aspettarla. Non me ne vogliate, ma dopo più di trecento chilometri passati assieme, io e Stefano avevamo instaurato un certo feeling con le nostre compagne di viaggio e tra un flirt e l’altro si era aperta la possibilità di un’ultima notte ambigua e incerta… Decidemmo di rincasare e proprio a pochi passi da casa, ebbi tempestivamente l’attimo fuggente di una duplice opportunità, un bivio che voleva da una parte la certezza di piacere a Marta e dall’altra Tamara che ribadiva il suo interesse di una possibilità più che mai certa all’interno di un altro messaggio eloquente che diceva di aver raggiunto il bar lasciato pochi muniti prima e che mi stava aspettando…

Mi fermai e chiesi l’ennesimo aiuto al mio capitano, ma Stefano era giustamente distratto dalle attenzioni di Silvia e non voleva essere disturbato da altre inutili molestie, ma io ero insistente e allora decidemmo di immortalare il momento con il più fraterno dei gesti: l’espulsione simultanea delle nostre scorie liquide, insomma urinammo in compagnia l’uno dell’altro. La prenderete forse come una caduta di stile, ma per noi fu come un’occasione per fermare il tempo e compiacersi prendendosi i meriti per un’esperienza che studiammo letteralmente “a tavolino” di un bar novarese alla vigilia di uno “shot” che in inglese significa colpo e che si stava per concludere per entrambi nel migliore dei modi, con quello che in gergo calcistico costituirebbe un colpaccio in trasferta. Ci congedammo con un in bocca al lupo reciproco e ci avviammo, uno verso casa base, l’altro verso l’ignoto…

L’INIZIO

Rientrai nel cuore della notte, nel cuore della città vecchia, la trovai deserta e piacevolmente silenziosa. Il colore aureo del riflesso solare sulle sue pietre era stato rimpiazzato dalla controfigura artificiale dei lampioni a riproporre un parallelismo ambivalente che garantisce la continuità di un effetto incantato. Effettivamente quella serata fu un incanto, la magia, la si poteva percepire nell’aria commossa dall’umidità. Non era l’unica a essere emozionata, avevo troppa agitazione addosso. Cercai di calmarmi fermandomi a contemplare la cattedrale quando la mia attenzione venne richiamata da una figura femminile che veniva verso di me barcollando, in moto ondoso, mi vide ed esclamò:«Hola!!..Tamara eh?! Enjoy» Non ebbi il tempo di risponderle, mi batté un cinque e proseguì per la sua strada. L’amica di Tamara mi lasciò stranito ma pieno di aspettative per l’appuntamento. Ero talmente carico che quando la intravidi da lontano decisi di avvicinarmi di soppiatto e sorprenderla alle spalle per un’entrata in scena d’effetto. Non si spaventò minimamente, mi pentii l’attimo successivo averlo fatto e mi sentii a dir poco stupido. Lei mi salutò come nulla fosse duplicando il mio imbarazzo che mi riportò con i piedi per terra e con un ansia alle stelle soprattutto perché mi resi conto, nell’attimo in cui si voltò, di quanto fosse bella, neanche me la ricordavo così. Sotto i portici di Praza de Cervantes, i suoi occhi verdi brillavano e vincevano sia sullo sfondo giallo sfocato, sia la mia mobilità. Mi ricordo che rimasi davvero scosso, Tamara mi mandò in tilt, la sbronza del ristorante era ormai scemata e la lucidità aveva ripreso posto nella mia mente, in quel momento realizzai che era fuori dalla mia portata ma questo anziché scoraggiarmi, mi motivò ancora di più.

Dopo una falsa partenza mi rimisi in carreggiata, favorito all’intervento dal tema del dibattito nel gruppo di ragazzi con cui stava parlando. Paradosso storico: lasciai il corso di egittologia all’università di Milano perché il professore era veramente troppo noioso, mentre in quel momento cercavo un’intersezione per far colpo con degli aneddoti sui faraoni del Nilo. Per fortuna, da buon storico mi convinsi che non potevo ignorare una delle più sviluppate civiltà dell’antichità e pur non seguendo le lezioni, appresi da me delle nozioni base che mi permisero non solo di intrattenerla bensì di polarizzare la sua attenzione.

Passeggiamo uno accanto all’altra tra le più belle vie di Santiago, ma non avevo occhi che per lei, soprattutto perché la conversazione si fece ancora più stimolante e passammo dagli egizi e la loro tecnologia fino alle tecniche industriali dell’età moderna dove trovai lo spazio di inserire il tema della mia tesi di laurea magistrale che stavo scrivendo proprio in quel periodo: La Tratta atlantica degli schiavi d’Africa aprì le porte della confidenza e sciolse una dialettica ancora più spigliata, dei contenuti più ricchi e un carico emotivo in crescita esponenziale. Ero abituato ai viaggi nel tempo, sia dall’esperienza del cammino, sia per conformazione professionale e ancora una volta la Storia, mia fedele alleata, mi servì gli strumenti per disegnare una parabola emotiva che seguiva in parallelo i temi dei nostri discorsi e la portai su e giù, come su delle montagne russe, fino a raggiungere i giorni nostri. Onestamente, non saprei dire quanto fosse voluto, fatto sta che all’interno della contemporaneità ci ritrovammo complici di vedute e condividemmo i biasimi e le frustrazioni per una società dalla quale volevamo dissociarci perché non propriamente rappresentati. Ci sentimmo nuovi soggetti del nostro contesto o forse percepimmo una nuova connessione legare i lacci dei nostri interessi. Scoprimmo i nostri sogni, rendendoci vulnerabili l’uno all’altro e rimane indescrivibile quel che sentii nell’attimo in cui la mia anima riconobbe il suo pezzo mancante. Eravamo dei samaritani nell’instancabile ricerca del buono nel mondo. Ancora una volta ammetto un deficit nell’espressione delle emozioni che mi trapassarono dalla testa ai piedi e quindi vi prego di immedesimarvi in un ragazzo al primo approccio con uno spirito gemello. Davvero, mi resi conto in quel preciso momento che non solo ero disposto a tutto ma avrei lottato fino all’ultimo secondo per arrivare a costruire la percezione di una proiezione nel terzogenito temporale: Futuro.

Raggiungemmo un locale, vi entrammo e ci sedemmo al bancone del bar che faceva da anticamera a una piccola discoteca. Vi trovammo i musicisti della band che aveva suonato la colonna sonora del nostro primo incontro qualche ora prima. Ordinammo un paio di Estrella per dar un’altra possibilità alla notte che si andava perdendo nelle ore del mattino. Non so dirvi se furono le birre, la musica, l’atmosfera, i discorsi o semplicemente lei e il suo carisma ma questo cocktail ravvivò l’ebbrezza della serata, animata di una seconda vita. Dopo la serietà dei discorsi esistenziali, ritagliammo un piccolo spazio per la comicità, non mi ricordo bene di cosa ma ridemmo e ci divertimmo tanto, sprigionammo ilarità e la lasciammo libera di contagiarci reciprocamente. Il suo sorriso era uno spettacolo della natura, disegnato apposta per gareggiare con la bellezza dei suoi occhi e per contendere l’attenzione dei miei che si perdevano alla ricerca di un punto di riferimento, scoprendo solo dei nuovi punti deboli. I miei occhi erano ormai incapaci di scegliere un punto focale, disorientavano, con i loro balzi, il mio equilibrio mentale già reso precario da quegl’ interessi comuni che avvicinavano con loro qualcosa di vulnerabile, la parte più fragile del nostro spirito. Proprio quando mi sentivo completamente perso all’interno di quell’atmosfera surreale, lei decise di sferrare il colpo finale del k.o. emotivo. Mi rivelò che praticava uno sport: «el futbol gaelico» mi disse. Ignoravo completamente la sua esistenza ma quando mi mostrò qualche video spiegandomi di cosa si trattasse, quel mix di calcio e rugby fece si che perdetti ogni concezione del possibile.

Non mi ero mai trovato così bene con una ragazza, non aveva mai raggiunto un feeling così intenso e in così poco tempo, non potevo credere a ciò che stava accadendo, a quello che si stava creando. Mi immedesimai in quel contesto fuori dall’ordinario e passai dall’essere passivo a giocare il ruolo da attore protagonista. La invitai a ballare, dopo tutto quel parlare, era giunto il momento di un po’ d’azione. Mi provocò non appena mettemmo piede sulla pista da ballo: «Dance for me..» disse con aria di sfida. Risposi prontamente e mi calai in quella che ormai sembrava essere diventata la scena di un film e mi incimentai in una performance alla Pulp fiction sfoggiando al massimo il mio repertorio, proprio mentre stavo esaurendo gli ultimi colpi, con un gran finale terminai per constatare sbigottito che lei stava contorcendosi in una grassa risata. Allibito, cercai di ricompormi dall’imbarazzo continuando a ballare come pensavo di saper e lei seguendomi e tenendo il ritmo mi portò a un livello di confidenza che ci permise di fermare l’imbarazzo e di fermarci a un secondo da un bacio e un millimetro dal primato di un punto di non ritorno. Il primo bacio…non si possono trovare parole che possano tener fede alla delicatezza del primo contatto di due anime cieche che annaspano nella ricerca di una superficie di contatto dove condividere qualcosa di intimo e nascosto alla nostra comprensione. Sospinti dall’inconscio sperimentammo questa trasmissione sulle nostre soffici labbra che, insieme, aprirono un portale nuovo di una dimensione in cui quel bacio si fece largo nello spazio e cambiò la percezione del tempo, di modo che i secondi valessero ore e ci ritrovammo a rincorrere gli stessi attimi fuggenti che ci avevano fatti incontrare.

Tra gli ultimi istanti di buio e i primi lampi di luce, ci incamminammo verso casa. Mi venne d’istinto, la presi per mano, lo so è un po’ strano, come fu strano ritrovarsi a cantare il cerchio della vita pochi passi più avanti. Ci trovavamo così in sintonia che ci raccontammo tutto delle nostre vite, o perlomeno quel che rimaneva da dirci, dopotutto era come sapersi già noti l’uno all’altro.

Pur non avendo le chiavi, i ragazzi mi lasciarono un cartoncino ferma porta e rimanemmo aggrappati a quel ciglio giocando a indovinare quale sarebbe stato l’ultimo vero bacio di una serie che entrambi stavamo rendendo interminabile. Proprio all’interno di quel gioco, perdetti il controllo della situazione e mi chiusi fuori, questa volta senza scampo. Ridemmo di una stupidità dal sapore dolce e come bambini passammo da un gioco all’altro cercando di trovare una soluzione a quella situazione. Lanciammo dei sassolini alla finestra dove pensavo i miei amici stessero dormendo, ma non rispose nessuno. Allora citofonai e quando rispose una voce sconosciuta mi resi conto che la finestra che avevamo appena bombardato era quella sbagliata. Ancora una volta, che imbarazzo!

Ma a quel punto erano già saltati tutti gli schemi e non restò tempo che per rendermi consapevole che avevo perso la partita e la sconfitta non ebbe mai sapore più dolce mentre bramavo la possibilità di una rivincita contro un avversario ormai complice che a ogni bacio manifestava la volontà di condividere il gradino più alto del podio. Ci guardavamo in lunghi silenzi che venivamo ripetutamente smorzati da sorrisi e risate imbarazzati mentre la lente della reciprocità ci faceva leggere all’interno degli occhi dell’altro consci di un vissuto meritevole di qualcosa di più dell’appellativo “avventura”. Ci aprimmo davanti a una porta chiusa, gettammo le armi, dichiarando entrambi apertamente che avremmo fatto di tutto per rivederci, la invitai in Italia, facendole promettere una visita…

La porta finalmente venne aperta da quel coinquilino sconosciuto che, come l’antagonista nelle favole, cercò di rompere il nostro incantesimo. Era veramente tanto tardi, il sole del mattino venne a ricordarle che di lì a poche ore avrebbe iniziato a lavorare, quindi si decise ad andare. Le rubai altri tre minuti in quel negramaro e agrodolce addio, e presi un pezzetto di carta simbolo di un coraggio che sparì repentino nell’attimo in cui decisi di lasciarle una nota, in sospeso..

Perché nella vita non bisogna dare mai niente per scontato e un pizzico di scaramanzia ci ha aiutati ad arrivare lontano attraverso un salto in lungo tre mesi e finalmente la vidi accettare quello che più che un invito pareva un azzardo. Atterrò portando a terra con sé un bagaglio pieno di speranze, le mie, e aspettative, le sue, per il secondo capitolo di un best seller chiaramente internazionale. Mi venne a trovare a Settembre in Italia, disputammo il ritorno in casa, decisi che solo per questo atto di fede e di coraggio valesse la pena di giocarsi il tutto per tutto ciò che avevamo scommesso assieme quell’unica notte, che dico, quella notte unica.

Ciò che successe a Venezia rimarrà una magia ignota in questo scritto, qui la competenza finisce laddove finirono i passi per raggiungere Santiago e il suo ormai mio Amore.

In questo quadro in cui le massime improbabilità sono diventate sublimi opportunità vi lascio, cadendo nei più classico dei cliché. In un ultimo paradosso storico rivelo la mia posizione mentre scorrono le mie dita sulla tastiera alla ricerca di una parola fine. Da Santiago di Compostela a Novara, passando per Milano, Venezia, Londra, Lecce, Amsterdam, Berlino, Verona, Copenaghen, viaggiatori nello spazio e nel tempo di due anni che servirono ad ampliare i confini del nostro sentimento. Non ci bastò nemmeno questa dimensione continentale, decidemmo di varcare i limiti del nostro Amore confinato dalla distanza e scegliemmo di condividere e convivere a Tenerife, che non è solo un isola delle Canarie, ma una delle tante cose sottratte a mamma Africa alla quale decidemmo di ritornare un po’ di affetto preso dal nostro sentimento in sovraccarico.

Ora, miei cari lettori, si è fatto davvero tardi qui a Bajamar, in questa calda mattinata di un Dicembre tropicale. Il tempo di godere compiaciuto sul divano della sua passione è finito, tra poco la Bella vincerà il sonno e vorrei potesse farlo con il sapore di una colazione a letto che devo preparare in fretta e in lotta contro il tempo di una fiaba reale di cui non lamento un solo biasimo se non quello di una vita che non mi basta per goderne il portento. Ed ecco che infine rammento in un ultimo appello che in essa stessa, nella vita, tutto non si po’ avere, ma tutto serve per ricordarci che fatti siam’ d’Amore per l’Amare.

Buen Camino…

Samuele Goury Avantage

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